sabato 27 novembre 2021

Come Bernardo Cabrera tentò di rapire Bianca di Navarra

Dopo la morte del Re Martino il Giovane, marito di Bianca di Navarra, Bernardo Cabrera per perseguire il suo progetto di sposare Bianca di Navarra, Il Cabrera insegue Bianca di Navarra fino a Palermo dove si era recata dopo che la Regina aveva trovato momentaneo rifugio a Castronovo, sempre inseguita dal Gran Giustiziere. L’ultimo tentativo di rapire la regina Bernardo Cabrera lo effettua il 18 ottobre 1411 a Palermo nel palazzo dei Chiaramonte nella piazza della Marina, palazzo detto Lo Steri, sito scelto dalla Regina privilegiando per poter avere vicino una rapida via di fuga costituita dalla vicinanza al mare e dalla galea di Raimondo Torrellas ormeggiata al porto. Le vicende precedenti al tentativo di rapimento di Bianca di Navarra avevano avuto luogo durante la guerra scoppiata tra le fazioni che sostenevano Bianca di Navarra e Bernardo Cabrera, nel corso della quale si registrano una serie di episodi che hanno lasciato vaste ed importanti tracce nei documenti storici nelle cronache del tempo che riguardano la fortezza e la prigione di Motta Santa Anastasia dove il Cabrera venne rinchiuso dopo la sua cattura. Il primo episodio che riguarda la Motta di Santa Anastasia, durante il periodo che va dal 1410 al 1412, avviene nel 1410, allorchè Bernardo Cabrera sottrae al Regio Demanio rappresentato da Bianca di Navarra, il controllo del castello della Motta di Santa Anastasia, posto sotto il controllo militare delle truppe dell’Ammiraglio di Sicilia Sancho Ruiz de Lihori: nel castello della Motta di Santa Anastasia, nel 1410, erano ancora tenuti prigionieri i nobili genovesi catturati dalla flotta aragonese-siciliana durante la guerra di Sardegna. Bernardo Cabrera conquista il castello della Motta e libera i prigionieri genovesi, in attesa di essere riscattati da Genova; ponendo in tal modo un forte presidio contro la città di Catania. Il 28 dicembre 1411: “… giorno della festa dei Santi Innocenti, l’ammiraglio Sancio Ruiz entrò nascostamente a Catania, dalla parte delle mura che viene chiamata Porta Nuova, occupò la città in nome della Regina Bianca e cacciò dalla sede del vescovado, dove si era riparato, il Filangeri che, insieme alla moglie e ai suoi accoliti, andò a rifugiarsi nella rocca di Motta Sant’Anastasia presso il Cabrera. Non molto tempo dopo, anche la rocca di Motta cadde in possesso di Bianca e Sancio trasse via il Cabrera prigioniero, …”. (1) Nel corso del 1411 il castello della Motta di Santa Anastasia sarà riconquistato dalle truppe dell’Ammiraglio Sancho Ruiz de Lihori e, nel 1412 sarà il luogo dove Bernardo Cabrera, catturato dall’esercito di Bianca di Navarra nell’agosto del 1412 a Palermo, sarà tenuto prigionieri per diversi mesi, prima di essere trasferito prigioniero nel Castello Ursino di Catania: la cattura di Bernardo Cabrera fece così venir meno l’organizzatore dell’opposizione a Bianca di Navarra e determina la fine di quasi tutte le ostilità sul territorio siciliano. Il 29 dicembre 1411 Sancho Ruyz de Lihori  rioccupa Catania, dove il Cabrera aveva posto come Governatore Giovanni Filangeri. Mentre accadevano questi avvenimenti in Sicilia, in Aragona il padre di Bianca di Navarra interviene nella riunione delle Corti dei tre Regni Spagnoli chiedendo un intervento per frenare la violenza del Cabrera contro la figlia Bianca: gli ambasciatori dei tre Regni Spagnoli sbarcarono a Trapani il 12 gennaio 1412 ed inviarono Pietro Martini da Bianca di Navarra con la richiesta di far arrivare loro la galea di Pietro Torrellas per accompagnarli presso di lei a Palermo. Il Cabrera avvisato dell’arrivo degli ambasciatori e conscio delle possibili conseguenze della loro missione, tenta di mettere gli stessi di fronte alla situazione di fatto costituita dalla cattura di Bianca di Navarra. Nella notte tra il 13 ed il 14 gennaio 1412 il Cabrera tenta un ultimo colpo di mano e cerca di rapire nuovamente Bianca: questa, avvisata dell’arrivo del Cabrera a palazzo Steri, fuggì celermente dal palazzo con le sue damigelle, imbarcandosi sulla galea di Raimondo Torrellas che si trovava li vicino. Entrato in Palermo il Cabrera irruppe con i suoi a palazzo Steri dove pensava di trovarvi Bianca; ciò che fece il Cabrera, raccontato dal Maurolico, viene ritenuto veritiero dal Di Blasi che lo riferisce: “ Ma quali fossero queste debolezze; e quali azioni da pazzo lo racconta il Maurolico scrittore, cui non può darsi traccia di menzognero. Riferisce egli, che entrato nella stanza, dove la Regina dormiva, e avendo trovato il letto sconvolto, ed ancora caldo abbia detto: se ho perduta la pernice, rimane nelle mie mani il nido.”
Ubi cernens cubile turbatum, quate solet ad subitum timore delinqui, perdicem,  ait, perdidi, sed nidum teneo. Soggiunse poi cose incredibili ed orrende, volendo, che spogliatosi delle sue vesti si coricò nelle tiepide piume, fiutando come un cane da caccia colle narici all’odore della preda: Protinusque depositis vesti bus, lectum, ut adhuc erat tepidum, subit, et per totum feraqe se odore delectari.
Così elegantemente si esprime questo dotto messinese. Sembra però inverosimile, che un uomo di età provetta, di cui avevano tanto conto i nostri Sovrani ed specie Martino il Vecchio, e che era investito dalla Suprema Magistratura di Gran Giustizier e di tutto il Regno, abbia potuto cadere in simili debolezze, ne può altrimenti credersi vero questo fatto, se non supposto, che gli abbia dato di volta al cervello. Quel che è certo si è, che egli saccheggiò il palagio, dove abitava la regina Bianca; e s’impossessò di tutte le gioie, e mobili di questa principessa, che furono di poi valutate dieci mila fiorini …  .” (2)
Bibliografia
  1. Amico V.- Catana illlustrata- vol. II, pp. 179-180.
  1.  Di Blasi Giovanni Evangelista – Storia del Regno di Sicilia dall’epoca oscura e favolosa sino al 1774 - p. 605.

lunedì 1 novembre 2021

Dante trattava versi divini, iu inveci trattu vini diversi

Nino Puglisi, che fu Bibliotecario Comunale a Motta Santa Anastasia, dice di Carmunu Carusu, nella sua introduzione al libro di poesie di Carmunu Carusu: “ Abitava proprio nella piazza principale di Motta, ove la moglie gestiva una piccola rivendita di generi alimentari e nei giorni di riposo veniva chiamato dalla folla per recitare qualcosa. E il poeta – ‘stantaniu – era la, sul balcone, ad accontentare, perché chi vive in mezzo al popolo non può e non deve esimersi dalle richieste di esso. Per il popolo ‘ poeta’ equivale a ‘ uomo saggio ’ che ha sempre qualcosa da dire di bello e di utile, in quanto il poeta ammaestra dilettando. Il poeta catanese dialettale Scandurra lo chiamava  Maestro? E si esaltava parlando di lui e diceva che Caruso era ‘ Ginuinu’, cioè non ‘ Tuccatu né da camula e né da rannula’ alludendo a quei poeti che, oltre ad essere scopiazzatori delle cose altrui, scrivevano senza ‘ Sintimentu”. Alcuni aneddoti della sua vita sono stati raccontati da Mariano Foti nel suo libro “ Elysia” e la cui narrazione riportiamo integralmente. Dice Mariano Foti nel parlare del rione catanese Zia Lisa: “ Non possiamo qui tralasciare un personaggio molto apprezzato nel nostro rione ‘ u zu Carmunu ossia Carmelo Caruso ( 1840-1914) un dei più quotati poeti dialettali. Dalla Natia Motta Santa Anastasia scendeva spesso alla Zia Lisa e, quale modesto mediatore di vino all’ingrosso, trattava con fondacari e vinai. Dal suo commercio però non riuscì mai a ricavare gran che, e visse sempre in umiltà una vita piuttosto contadina. Per questo rimase poeta. Di intelligenza veramente elevata, fu fonte inesauribile di versi siciliani. In tutte le circostanze si dava a improvvisare a getto continuo e molti correvano ad ascoltarlo. Tra le sue composizioni poetiche ricorderemo: ‘ ‘U nespulu’, ‘ I Zappuliaturi’, ‘ I Quattru elementi’, ‘ A Leva’, ‘Lu Ucceri’, ‘ I Dubbi’,. Si aggiungano i poemetti religiosi: ‘ Morti e Passioni di Nostru Signuri Gesù Cristu’, ‘ San Giovanni’, ‘ Sant’Anastasia’, ‘ A Madonna ‘o Carmunu’, e altri. A un tale che che gli disse: ‘ Zu Carmunu vui siti n’autru Dante’, dopo una sonora risata rispose con sapiente acutezza riferendosi al suo mestiere di ‘ vinaloru’: ‘‘A DIFFERENZA È CA DANTE TRATTAVA VERSI DIVINI, IU INVECI TRATTU VINI DIVERSI”. Una volta, suo malgrado, fu spinto a uno scontro con Mario Rapisardi. Questi, che insegnava letteratura italiana nella nostra Università, venuto a sapere che a Motta c’era un autentico poeta, con un suo alunno gli mandò a dire che l’avrebbe incontrato con piacere. Carmunu rispose con uno dei motti più espressivi del nostro repertorio popolare: ‘ Cu beni mi voli, ‘casa mi veni’. Rapisardi, fortemente offeso, gli inviò un biglietto oltraggioso con la scritta: ‘ Fango sei’. Il Caruso immediatamente  ribattè:

‘Fangu fu Adamu e fangu semu tutti,

e di fangu fu nata la virtù;

è tuttu fangu chiddu ca s’agghiutti,

comu di fangu fusti fattu tu !'.

Carmunu Carusu nella foto tratta dalla seconda edizione del libro di Nino Puglisi che ha curato la raccolta delle sue poesie, pubblicata nel 1997 a cura dell’Associazione Casa Normanna Rione Vecchia Matrice.

domenica 31 ottobre 2021

Rituali funebri nobiliari nella Catania del ‘500

L’imminente ricorrenza dei “Morti” ci fornisce l’occasione per richiamare alla mente le procedure funerarie che nei secoli passati venivano attivate allorché moriva qualche importante personaggio di Catania come, in questo caso, il Viceré. Consultando la “Cronaca Siciliana del secolo XVI”, di Vincenzo Epifanio e Alberto Gulli ripercorriamo, quindi, le procedure funerarie che vennero riservate nel 1535 al Viceré Don Ettore Pignatello, testimoniata da una lettera di Pietro Di Vivicito.

Ogi ad hura di vinti huri cum suntuusi exequii fu seppellutu lu signuri Vicerré Don Hettore Pignatello, non sencsa lacrimi di chi lo mirav, et per li signorie vostre intendiri lu modu di lo exequio lo scrivo. Morto chi fu apersiro il corpo et livarochi li interiuri tutti et lo cori; lo implero di cauchi et certi altri pulviri et cuserolo, per supra la testa chi levaru la medulla, como si soli fari a soi pari, misirolo intro la sala di lo castello et illa li donni tinniro visito, sencsa pero altro intrari in castello chi alcuni donni principali et lo signuri conti di Borrello, so nipoti, figlo di so figlo, et li signuri soi frati sindi andaro intro la Nunciata, undi ancora era lo signuri conte di Caltanissetta et li autri signuri e genti di palacso cun loro signore, lo signuri  Logotenenti, lo signuri conti Di Luna, li signuri Iudichi di la Gran Corti, lo signuri Canchilleri, li signuri Thesaureri, Mastri Racionali, et tucti altri officiali di curti, cum li gramagli dati in la Curti. Vinni poi la cita, lo signuri Preturi et Iurati cun tuctu lo Magistratu vestuti tutti di gramagli fini pagati per la cita, et multi altri cavaleri, servituri et effettati di sua illustrissima signoria. Niscio lo corpo so di lu castello supra una vara cum una cutra di borcato ricio foderata di sita carmixino, dui cuscina di lu medesimi borcato; ipse vestuto di abito di Santo Francisco, supra la testa sua birritta di velluto cun uno chirco di oro supra a la ducali; a la sua destra uno stocco dorato cum fodaro di borcato, a la sinistra la sua bacchetta deorata, a li pedi li spiruni dorati. Quanto ancora signorili e aspetto di gra principi tenia ! Sequianolo tri a cavallo cum li gramagl et li cappucci in testa, et li cavalli corpertati a nigro sino in terra, portavano altri lancii li barderi supra li spalli chi pendiano et alcsando la terra di damasco carmixino, di una banda teniano le armi di Pignatello, all’altra la imprisa, quasi era una ancora grandi bianca cum uno mutto “ A Bon Ponto”, et sutto lu scutu di l’armi uno pulituri di spati forbixino li spati cum scritto: “ U Mundemini”, ad quali sequiano lo Pretruri et iurati et li altri ufficiale del Magistato a dui a dui, appresso lo signuri conte di Borrello et altri signuri visitusi acompagnati di cavaleri visitusi ancora et una turba poi di loro cortixani et servituri, chi fassi stima passari chento sissanta gramagli, et tutti pianendo amaramenti et cum rispetto. Innanti la vara uno homo di armi supra un corseri vestito  ipso et cavallo di damasco carmixino cun uno imperial stendardo di carmixino damascu, tutto frixato di oro, et lo scuto imperiali cum li armi reccamati lavorati et la impresa di lo imperaturi di lavreni vellus et li colonne di hercules cum lo mutto ‘Plus Ultra’ dudichi vari di intorchi allumati, sei per una; cruchi quaranta, et tutti l’ordini di li religioni etli canonachi di la Matri Ecclesia, andandosindi a Santa Maria di l’Angeli Grampia di Sant’Antoni, societati di Iesu. Farrassi di questa a trii orni lo obsequio, como esti di costuma di la cita. Presidenti  lassao lo signuri Marchisi di Yachi.”

mercoledì 18 agosto 2021

Alcuni dei Bongiovanni ed una Bongiovanni nella storia di Sicilia

Nella Storia della Sicilia capita, di tanto in tanto di ritrovare qualche appartenente alla stirpe dei “Bongiovanni”, il cui capostipite è da ricercare nei comandanti dell’esercito Bizantino già nel corso del IX secolo d.C.; altri Bongiovanni li riscontriamo, nei secoli successivi, come di seguito vengono elencati.

Secolo XIII

Bongiovanni De Omobono: Notaio palermitano che richiese alla Regina Costanza nel 1283 di disporre un’inchiesta sui proventi di un molino nella Terra di S. Fratello, sospettai di frode; conseguentemente alla richiesta di Bongiovanni De Omobono la Regina Costanza nel 1284 da l’incarico ai Maestri Secreti di condurre un’inchiesta. (1)

Bonjohannes De Notho viene coinvolto in una cospirazione contro il re [Alaimo da Lentini era a tempo Maestro Giustiziere] assieme a Gualterio Di Caltagirone, Tano Tusco, Baiamonte Di Eraclea, Giovanni Di Mazzarino, Adinolfo Di Mineo ed altri. (2)

Notaio Bogiovanni di San Fratello. (3)

Il cognome Bongiovanni viene documentato a Paternò nel XIII secolo.

Secolo XIV

Leonardo De Bongiovanni: Nel 1347 Ricopre il ruolo di Procuratore del Conte Blasco Alagona, signore di Catania. (4)

Bongiovanni di Demetrio giudice in Caltagirone per l’anno 1355-1356. (5)

Filippo Bongiovanni della terra di S. Filippo D’Argirò. (6)

Secolo XV

Secolo XVI

Giambattista Bongiovanni: Barone del Grano e Segretario del Regno di Sicilia.

Secolo XVII

Giacinto Bongiovanni: Procuratore Fiscale della Gran Corte Siciliana nel 1677.

La famiglia Bongiovanni è presente a Favara sin dal XVIII secolo.

Secolo XVIII

Luigi Bongiovanni: Storico, scrisse tra l’altro il testo “Guida per le antichità di Siracusa", pubblicato a Palermo nel 1792. In realtà Luigi Bongiovanni era uno pseudonimo usato da Francesco Di Paola Avolio. (7)

Bernardino Bongiovanni: incisore.

Bongiovanni Pellegra. - Nacque a Palermo ai primi del sec. XVIII da Vincenzo, un mediocre pittore dalla vita errabonda, dal quale venne condotta ancora fanciulla a Roma, dove apprese musica, danza e pittura, come affermerà più tardi ella stessa nell'opera che la rese famosa ai suoi tempi: Risposte a nome di Madonna Laura. Era frutto di un paziente culto delle belle lettere e della poesia petrarchesca, che le valse la stima della colonia dell'Accademia degli Arcadi di Palermo, nella quale fu accolta col nome di Ersilia Gortinia. Poche sono le notizie sulla sua giovinezza. Andò sposa all'avvocato Iacopo Rossetti, dal quale ebbe una figlia, Marianna. Godé fama di donna virtuosa, tanto da essere lodata nel Cicerone del Passeroni. Raggiunse una notevole fama letteraria negli ultimi quindici anni della sua vita, allorché le lodi tributatele dal Quadrio e dal Crescimbeni trovarono una eco nella nativa Sicilia e molti letterati dell'isola si tennero in onore di sottoporre alla sua attenzione le loro opere per averne consigli e giudizi, come il marchese Casimiro Drago per la traduzione delle Bucoliche di Virgilio e il poeta giocoso Bernardo Bonaiuto che, richiesto alla B. un parere sulle sue composizioni, ricevette una lunga risposta in versi. Un successo personale raccolse la poetessa il 14 giugno 1764 in occasione dell'adunanza tenuta dagli Arcadi nella villa romana del cardinale Alessandro Albani per l'acclamazione di Giuseppe II re dei Romani. La sua notorietà resta legata alle Risposte a nome di Madonna Laura alle Rime di messer Francesco Petrarca, pubblicate a Roma nel 1762e l'anno successivo a Milano. L'opera non si segnala in alcun modo per originalità di intenti, costituendo la poesia della B. una irrilevante testimonianza della fortuna del Petrarca nel Settecento: rappresenta tutt'al più una curiosità il constatare con quanto impegno la rimatrice riesce a costruire le "risposte" attenendosi fedelmente agli schemi metrici e alle stesse parole-rima del modello. Morì nel 1770(8)

Giacomo Bongiovanni: scultore di Caltagirone, espresse al meglio la sua arte nella realizzazione di ceramiche dove seppe imprimere l’autentica espressione di stati d’animo; le sue opere sono presenti nel Museo Nazionale di Palermo.

Salvatore Bongiovanni: scultore di Caltagirone.

Secolo XIX

Secolo XX

Giuseppe Bongiovanni: Dipendente del Comune di Misterbianco, rappresentante sindacale CISL e fondatore del partito Forza Italia a Misterbianco; tifoso dell’Inter.

Bibliografia:

  1. Giuseppe La Mantia – Codice Diplomatico dei Re Aragonesi di Sicilia  - vol. I ( 1282-1290) – Palermo 1917 –  p. 124 – LX – sett. 1283 – ag. 1284, ind. 12à.
  2. Gregorio Rosario – Biblioteca scriptorum qui res in Sicilia gestas sub aragonum imperi retulere – Bartolomeo Di Neocastro – Historia Sicula -  tomo primo – Palermo 1791 – p. 91 – BonJohannes De  Notho viene coinvolto in una cospirazione contro il re [ Alaimo da Lentini era a tempo Maestro Giustiziere] assieme a Gualterio Di Caltagirone, Tano Tusco, Baiamonte Di Eraclea, Giovanni Di Mazzarino, Adinolfo Di Mineo.
  3. Elisabetta Lo Cascio – Il Tabulario della Magione di Palermo ( 1116-1643) – Roma 2011 – p. 148 – doc. n. 180 [ 1284] 11 ottobre – notaio Bogiovanni di San Fratello.
  4. Antonio Giuffrida – Il cartulario della famiglia Alagona –Palermo 1978 –  p. 40 – Leonardo De Bongiovanni, Procuratore del Conte Blasco Alagona ( 7 maggio 1347 ).
  5. Elisabetta Lo Cascio – Il Tabulario della Magione di Palermo ( 1116-1643) – Roma 2011 – p. 148 – doc. n. 180 [ 1284] 11 ottobre – notaio Bogiovanni di San Fratello.
  6. Archivio S. Com. CT – Regesti Real Cancelleria – vol. I – r.n. 241 dell’1 gennaio 1396 – Filippo Bongiovanni della terra di S. Filippo DArgirò.
  7. Narbone Alessio – Storia letteraria della Sicilia – vol. III - Palermo 1857 –  p. 260 – Luigi Bongiovanni  descrive chiese e badie di Cefalù.
  8. Luciano Marziano – Dizionario Biografico degli Italiani – vol. 12 – 1971-

giovedì 1 luglio 2021

Alcuni aspetti del dialogo non ufficiale tra il PCI e Salvatore Giuliano

Nel corso di una prima concitata seduta al Senato in data 26 ottobre 1948 si era registrata una vivacissima polemica tra il Ministro dell’Interno Mario Scelba e il senatore del P.C.I. Girolamo Li Causi, a seguito delle affermazioni di Scelba che accusava il P.C.I. ed in particolare il senatore Girolamo Li Causi di convivenza con Salvatore Giuliano e la sua banda; Li Causi, nel definire Scelba uno spudorato mentitore, aveva invitato il Ministro dell’Interno a mostrare le prove di quanto affermato. Scelba aveva risposto a Li Causi nella seduta della Camera dei Deputati del giorno seguente, 27 ottobre 1948, per produrre le prove, consistenti in alcune lettere intercorse fra alcuni esponenti del P.C.I. siciliano e Salvatore Giuliano. Non sappiamo se le lettere prodotte da Scelba alla Camera dei Deputati fossero autentiche o no, sta di fatto che vennero pubblicate su diversi giornali fra cui il giornale “La Sicilia” giovedì 28 ottobre 1948; essendo, pertanto, rese pubbliche riportiamo il testo di una di esse, quella scritta da Gaetano Palazzolo (che si firmava Mimmo Vitale) a Salvatore Giuliano, affidando ai lettori la valutazione del contenuto ed il giudizio sulla sua autenticità o meno. Il testo della lettera pubblicata dalla Sicilia contiene molti, vari ed evidenti errori che non ho corretto, preferendo riportare integralmente il testo; è il caso, comunque, di evidenziare che dall’esame della lettera sembrano emergere in alcune parti una competenza linguistica che stride con altre parti della stessa che sembrano scritte da un semianalfabeta.

“Caro Salvatore, le idee dell’uomo sono individuali e non comuni, però rilevando le realtà delle cose possono essere nell’interesse di tutti, io nacqui con sentimenti apertamente estra solo perché dal 1944 ho lottato contro gli agrari sempre nell’interesse del popolo. Lottato mai materialmente ma intellettualmente, fui un membro di quella mafia reazionaria, e dall’epoca che compresi che questa mafia era contro il popolo, cioè contro i poveri, feci battaglia accanita contro i ricchi e contro la mafia reazionaria, di fatto, nell’epoca che cito ’44, ebbi l’occasione di conoscere te, fu proprio ala casa di Bracco. Ammirai il tuo operato quale figlio del popolo lavoratore nel bene, nell’interesse dei poveri. Feci allora propaganda in tuo favore, ti elevai di quello che potetti, sinceramente dicendo di avere nato l’uomo del popolo e con l’aiuto e l’interesse di tutti si avrebbe potuto arrivare ad annientare i signori che tanto ci hanno fatto soffrire. Specialmente a me che conto 41 anni e fui nei tempi del fascismo 10 anni in carciri. Secondo occasione di vederti fu alle case di Gambino quando ti presentasti a mio fratello cercando di fare massa cioè leva sopra la monarchia per proteggere quelle agrarie che ci hanno avvilite, quei signori baroni che in Sicilia sono stati padroni anche delle donne altrui, apertamente fu la risposta, ragione per cui agrarie e monarchici non possono essere affatto nemici di fatti ecco la prova. La Mafia di Cinisi a’ sempre giocato col popolo, e cerca ancora oggi in un’era di luce di fare sorgere la monarchia, di questa mafia, anni fa mia amica, oggi sono addettato al disprezzo e fatto segno a varie fucilate chiamandomi sbirro, oltre ancora mi fecero condannare a 14 anni di reclusione in contumacia, e mi trovo tra le grinfa dei baroni. Quelli che anno protette della polizia e della mafia agraria e reazionaria per amici  quella mafia onesta e sincero, quella che difende il popolo, i poveri i derelitti, gi oppresse, consistente nel PCI. Nell’estate scorsa, o seguito il tuo operato, specie con quella lettera al compagno Li Causi Girolamo, di allora che fui messo illibertà ti ho scritato attentamente, o visto che non sei un monarchico, che non sei un reazionario, ma un uomo onesto, vero figlio del popolo e degno del popolo. I personalmente o interceduto nei tuoi riguardi presso il compagno Colajanni, non escluso la forte pressione della compagna Iolanda Varvaro e il compagno Nené Varvaro. Forse tutti ti hanno promesso, ma non ancora con garanzia, solo io tengo il segreto e te lo svelo. Sono contento del tuo operato in Terrasini, sono soddisfatto di vedere un figlio del popolo fra gli uomini onesti. Questo è il mio segreto ricordalo che si avvicina il giorno della battaglia definitiva, ricordati che sei vicino al 18 aprile, giorno di festa e di vittoria per il popolo italiano, giorno di resurrezione e di giustizia per tutti quei poveri che tanto abbiamo sofferto, giorno di pace e di libertà, giorno di luce e di prosperità per tutto il popolo, difatti siamo sicuri di portare vittoria, quale tutti sappiamo che Pescara insegna. Salvatore, non puoi immaginare quale affetto e solidarietà posso avere su te, ti credevo un uomo perduto, oggi vedo con il tuo cambiamento l’uomo salvo, cioè quell’uomo che ho sinceramente stimato con affetto di fratello. Io sono povero, con circa 200 mila lire di debito, non chiedo niente a nessuno ogni tanto la regionale mi fa qualche dono. Io vivo a Palermo, svolgendo la propaganda nell’interesse di tutti i poveri, mia moglie e mia figlia vivono a Terrasini in via Vitt. Emanuele 51. Di rado ci vediamo ti prego di scrivere un biglietto a questo indirizzo per assicurandomi che sei veramente Salvatore G., cerca di rispettare tutti i tuoi specie quelli che sono in carceri, tante anno confessato forse quello che non hanno fatto, vogliate bene lo stesso, perché poverini anno sofferto sotto la pressione della polizia. Io posso considerarle ragione che sono stato seviziato. Di queste canaglie e so quello che fanno. N.B. Sento che sei in compagnia con Giacomino. Debbo dirti che tuo cugino Turi ce’ la pure con me, non per ragione di partito ma per altri fatti, comprendo benissimo che tutto ciò è opera del Patataro Mezzo Cartoccio e Funciazza. Sarebbe necessario che tu ti interessassi con Giacomino finché quelle notizie che diedero a Turi, le ritirano o pure dirle la verità. Io sono innocente di quanto mi vogliono accusare Sig. Papataro non vuole finirla e forse che stia zitto, tutto quello che tu deve fare dirgli a Giacomo di scrivere a suo cugino di chiedere bene informazione e temporaneamente lasciarmi tranquillo, poi parlare con Funciazza e dirgli che quello che egli fece sapere non è giusto perché occorrono le prove. Quinte Peppino affido a te questa situazione delicatissima è fiducioso che al più presto ne’ avrò notizie con buon esito. Giacomo può scrivergli immediatamente finché si viene a una soluzione immediata. Dirgli a Giacomo che non sono quel tale che tante pensano, dirgli che nel mio partito ci sono uomini di cuore, dille che Varvaro è dei nostri che è parecchio che abbiamo parlato anche per loro e che il tempo impara e presto verranno cose belle per tutti. Io personalmente fui da Li Causi esponendo ogni situazione, grante furono le promesse senza interesse ma solo per il bene di tutti vi sono nuovi vie per tutti e per tutte. Dammi risposta al più presto, salutami a Gioa. A te un abbraccio tuo.

Mimmo Vitale.

Nel suo intervento in Parlamento Li Causi, nel far notare come nessuna delle lettere prodotte era attribuibile a Salvatore Giuliano o a se stesso, mise in evidenza come i risultati elettorali nella zona controllata da Salvatore Giuliano avessero dato la maggioranza assoluta alla Democrazia Cristiana, dimostrassero un collegamento tra il Partito di Scelba ed il bandito. Per dimostrare il proprio non coinvolgimento nei rapporti con Salvatore Giuliano Li Causi chiese l’istituzione di una commissione d’inchiesta che facesse luce sulle lettere mostrate da Scelba al Parlamento.

domenica 6 giugno 2021

Catania, 7 ottobre 1884: una tromba d’aria devasta la città

 Il 7 ottobre 1884 una Tromba d’Aria, partita dal territorio di Motta Santa Anastasia devastò Catania procurando danni enormi e mietendo vittime tra la popolazione della città capoluogo di provincia; su questo disastroso evento in data 12 ottobre 1884 il Prof. Orazio Silvestri scrisse una relazione che venne pubblicata sul Corriere Di Catania il 21 ottobre. I contenuti tecnici della relazione del Prof. Silvestri furono, successivamente, contestati dal Prof. Damiano Macaluso in una relazione presentata all’Accademia Gioenia in data 23 novembre 1884 a cui seguì una relazione del Prof. Silvestri che conteneva le osservazioni sui contenuti della relazione del Prof. Macaluso, presentata all’Accademia Gioenia in data 28 dicembre 1884. Le relazioni dei due studiosi si basavano principalmente sui contenuti barometrici che aveva caratterizzato la Tromba D’Aria, mentre una accurata descrizione degli effetti e dello svolgersi del percorso della Tromba D’Aria vennero relazionati in uno scritto del Prof. Salvatore Bruno, pubblicato nel 1884, dal titolo “ La Tromba Terrestre del 7 ottobre 1884 in Catania”. In relazione al luogo in cui si formò la Tromba D’Aria il Prof. Bruno così scrive: “[…] ho saputo dal sig. Giuseppe Fassari, che trovavasi in Motta S. Anastasia, e da una relazione fatta dal nostro Esattore delle imposte, che tornava in ferrovia da Palermo, ambidue attestanti di aver veduto il primo sorgere della meteora, che essa si formò in vicinanza della stazione di Motta, donde poi giunse al lido d’Ognina.” Il Prof. Bruno ebbe modo di osservare personalmente la forza distruttrice della Tromba D’Aria che riportò nel suo scritto: “ Credo quindi utile, che anche io, il quale potei osservarla, descriva colla maggiore esattezza possibile la terribile Tromba Terrestre, che il giorno 7 ottobre 1884 danneggiò tanto la fiorentissima Catania. Era io alla mia piccola villeggiatura nella nuova borgata della Guardia, distante circa quattro chilometri da Cibali, un tre chilometri dal Borgo, e quasi precisamente due chilometri da Picanello e da Ognina, luoghi danneggiati dalla tremenda meteora. […] Verso le dodici meridiane dense nuvole si congregarono a nord-ovest, tuoni sordi tirarono l’attenzione a quella contrada, e si ebbero tutti quei segni, che sogliono aver luogo quando si desta qualche temporale. Ne quei segni fallirono. Veramente il temporale fu, e ad un venti chilometri da Catania, dove giungeva l’estremo lembo delle nubi temporalesche, che lasciavan cadere goccie di rara pioggia. […] Circa l’una le nubi di nord-est si avanzarono in direzione di Catania, e verso il loro centro presero una tinta nera e minacciavano una violenta pioggia temporalesca. I tuoni erano ancora lontani, quando ecco ad un tratto, insieme con una non tanto forte scossa di aria, un terribile fragore scoppia nella direzione di sud-ovest, ed una enorme torre nera colla base inferiore al suolo e colla superiore al cielo si mostra terribilmente minacciosa, e comincia la sua marcia desolatrice verso nord-est. Fu in quel momento che il terribile mostro si presentò agli occhi miei. Dalla posizione relativa tra la direzione dove la meteora mi apparve ed i uoghi che immediata mentene furono colpiti, si vede anche graficamente, che essa non era ancora entrata nella sventurata contrada di Cibali. […] Quando essa giunse alla contrada Picanello parve di rallentare per un istante la velocità della sua corsa, che subito riprese, sinché giunse al lido d’Ognina.” Nel suo percorso la Tromba d’Aria non toccò il centro di Catania e, continua a raccontare Salvatore Bruno;[ fui ] contento, che Catania aveva scongiurato un grave pericolo,percè, dicevo a me stesso: se la meteora avesse preso di mira il centro della città, chi sa quanti uomini avrebbe distrutto e quanti palazzi abbattuti ? Ma la mia gioia non durò che pochissimo. Notizie da Ognina, notizie da Picanello cominciarono a farmi conoscere i danni già avvenuti, e che io da prima credei esagerati […].”  Salvatore Bruno prosegue la sua relazione accennando ai fenomeni magnetici, dell’energia sprigionata, elettrici e di calore associabili alla formazione delle Trombe d’Aria e, tornando a descrivere gli effetti della Tromba d’Aria su Catania, così prosegue: “ Le palazzine diroccate a Cibali, al Borgo, ad Ognina e specialmente quella dei signori Faro a Picanello, gli alberi sradicati dal suolo, i loro rami violentemente rotti ne fanno infallibile testimonianza. […] Osservate gli alberi colpiti dalla meteora, e li troverete semicarbonizzati, e le troverete affumicate, qua sicché siano state sotto l’azione di una combustione. […] Il cadavere della signora Chines senza alcuna lesione traumatica attesta azione elettrica. Il signor Lorenzo Lima ed un figlioletto della sventurata signora Chines riportarono sulla pelle una specie di tatuaggio, che pare fatto con ferri infuocati. Di tutte le case rovinate, le più radicalmente svelte sono quelle del signor Marchese a Cibali, e quelle dei fratelli Faro a Picanello. Ambedue erano munite di parafulmine. Quella però del signor Motta in Ognina, fu meno radicalmente distrutta, quantunque munita, si dice, di parafulmine. […] La più esatta osservazione che io potei fare della nostra tromba fu quella della sua dissoluzione. Giunta precisamente al lido d’Ognina, come sopra fu detto, la meteora si arrestò e a disciogliersi impiegò alquanto tempo. […] Ciò che ci è di notevole in questo arrivo ella meteora al mare si è, che uno sventurato pescatore ne restò vittima sulla barchetta che reggeva vicino al lido, ed il suo cadavere fu trovato senza alcuna lesione esterna. […] Queste tre borgate [ Cibali, Borgo, Ognina … ] La meteora le prese di mira, e colla velocità acquistata dalla stazione di Motta, investì prima Cibali. Non ci sono lagrime che bastino a deplorare adeguatamente la ruina di quel sobborgo. Graziosissime palazzine cinte da eleganti villini, fattorie inservienti a vasti poderi, abitazioni di gente industriosa, tuguri di poveri, tutto atterrò in un istante la meteora. Immensi giardini, vasti vigneti, annosi oliveti furono sdradicati, buttati a terra e irreparabilmente carbonizzati. Eleganti signore, industriosi cittadini, innocenti bambini morti sotto le rovine, o gravemente feriti e pericolanti della vita negli ospedali, o nelle proprie case, doe furono condotti, compiono il quadro della desolazione. […] Il Borgo presenta un quadro, che ha il suo riscontro nelle rovine di Pompei. Ivi non palazzine, ma grandi edifizj cittadineschi sono stati atterrati, e strappano le lacrime […]. La più dolorosa scena è quella di Picanello dove, come in principio fu detto, la meteora sembrò rallentare un poco la sua corsa.” Nella proprietà di due fratelli a Picanello: “ […] la meteora in men che si pensi, desola completamente il giardino, sdradica per così dire la casa, lasciando morti sotto le macerie la madre ed una giovine serva del figlio, a quale teneva tra le braccia un bello ed innocente bambino di sette mesi: […].” Ad Ognina le rovine di case, le devastazioni di campi, non sono inferiori a quelle di Cibali e del Borgo […].”

domenica 16 maggio 2021

Il mistero della morte di Salvatore Giuliano

Nella interminabile ricerca della verità in merito alle dinamiche che portarono alla morte di Salvatore Giuliano, o di quella “messinscena” che alcuni ipotizzano sia stata artificiosamente rappresentata per nascondere la verità, uno degli elementi che autorizzano ad ipotizzare che la versione ufficiale dell’accaduto non corrisponda alla realtà dei fatti deriva proprio dalla rilevazione delle sequenze e del numero di spari che venne affermata ma che venne smentita dai testimoni che ebbero modo di sentire li spari. Sin dall’epoca immediatamente successiva alla diffusione della notizia che Salvatore Giuliano era stato ucciso nel cortile dell’avvocato Di Maria, legale di fiducia di Giuliano, a Castelvetrano, furono in molti a sollevare dubbi sia sulla dinamica all’uccisione, sia sulla vera identità del morto mostrato dalla “Settimana INCOM n. 466 del 12 luglio 1950” nei cinema. Solo per citare alcuni degli innumerevoli articoli più recenti che si sono occupati di indagare sulla verità relativa all’uccisione di Salvatore Giuliano ricordiamo l’articolo di Nino Materi, pubblicato su “Il Giornale.it” il 7 gennaio 2019 dal titolo “70 anni fa la morte ( o quasi) di Salvatore Giuliano: 70 anni dopo si cerca ancora la verità”, l’articolo di Giulio Ambrosetti, pubblicato su “I Nuovi Vespri” il 5 luglio 2020 nonché l’articolo intervista realizzata da Angelomauro Calza e pubblicata sul suo blog, nella quale l’autore ha raccolto la testimonianza dell’infermiere che ha accudito l’avvocato Di Maria fino alla morte, Giuliano Zito, che ha raccontato che Di Maria, prima di morire, gli confidò che il cadavere mostrato non era quello di Salvatore Giuliano, bensì di tale Antonino Scianna. Ma qual’era la convinzione della stampa dell’epoca relativamente all’identità del morto mostrato alla pubblica opinione ed alle dinamiche reali della uccisione di Salvatore Giuliano (se era lui il morto)? Per cercare di appurarlo abbiamo operato una ricerca su alcuni giornali dell’epoca selezionando alcuni degli innumerevoli articoli dedicati a Salvatore Giuliano. Dalla rilettura di alcuni articoli pubblicati prima e dopo l’uccisione di Salvatore Giuliano, avvenuta il 5 luglio 1950 a Castelvetrano, sembrerebbero emergere inquietanti interrogativi sulla reale dinamica ufficiale della sparatoria nel corso della quale sarebbe stato ferito a morte la “Primula Rossa di Montelepre”. La ricostruzione ufficiale venne smentita dalle testimonianze di abitanti di Castelvetrano, tra cui alcuni autorevoli uomini dello Stato, che udirono e riportarono la sequenza degli spari che non coincideva con gli spari che vennero indicati nella versione ufficiale; circostanza che “costrinse” il colonnello Luca (da poco promosso generale) a motivare successivamente la mancata rilevazione del rumore degli spari, sostenendo (sic!) che “IL MITRA DEL CARABINIERE RENZI AVEVA IL SILENZIATORE”. In una intervista rilasciata dal generale Luca al “Corriere di Sicilia” pubblicata martedì 3 ottobre 1950, a seguito della domanda “Come mai gli abitanti del quartiere non udirono i colpi della sparatoria, in una notte d’estate, con tutte le finestre aperte ?”, lo stesso generale affermava che: “ […] il mitra del carabiniere Renzi che sparò era munito di silenziatore”. Alla luce di questa affermazione che appare poco credibile, ci si chiede, legittimamente ancora oggi, perché il mitra del carabiniere Renzi (e solo il suo) avesse il silenziatore e perché anche le armi degli altri tre che parteciparono (secondo la versione ufficiale) alla sparatoria non lo avessero. Questa incongruenza e le altre che già furono fatte rilevare da Tommaso Besozzi, per primo, ci inducono a chiederci quale sia stata la vera dinamica di quegli eventi, nonché la ratio e le finalità di quella che sembrerebbe, se tale fu, una “messa in scena” e che indurrebbero a ritenere che il luogo in cui fu mostrato il cadavere non fosse quello in cui Salvatore Giuliano (o chi per lui) venne ucciso, ne le modalità rappresentate nella versione ufficiale fornita dalle autorità. Le notizie pubblicate dalla stampa americana prima del 5 luglio 1950, data della presunta morte di Giuliano, e riportate dalla stampa italiana, in uno con affermate discordanze con i dati antropometrici di Giuliano (era alto 1,60 cm. o 1,80 cm. ? ), inducono ulteriormente a rafforzare oggettivamente il dubbio: il cadavere mostrato nel cortile dell’avvocato Di Maria a Castelvetrano era realmente quello di Salvatore Giuliano ? Ma torniamo alla dinamica ufficiale e non dell’uccisione di Giuliano. Fondamentale nelle valutazioni che sono state fatte nei diversi articoli e nei libri che hanno indagato su ciò che successe realmente nel cortile dell’avvocato Di Maria (ammesso che fosse stato quello il luogo in cui il morto mostrato nei filmati era stato ucciso) è l’articolo scritto da Tommaso Besozzi sull’Europeo del 16 luglio 1950: “Di sicuro c’è soltanto che è morto”, che realizzò una accurata indagine su fatti accaduti la notte del 5 luglio 1950 in via Mannone a Castelvetrano. Nel suo articolo Besozzi nel contrastare la versione ufficiale dell’accaduto, dice: “Chi è stato a tradirlo ? [ Giuliano] Dove è stato ucciso ? Come ? E Quando ? La grande maggioranza dei siciliani non crede alla descrizione ufficiale del conflitto nel quale ha trovato la morte Salvatore Giuliano. E anche noi dobbiamo confessare di avere inutilmente tentato di mettere d’accordo parecchi particolari di quella relazione con i luoghi, le circostanze, il racconto di chi quella notte vegliava a pochi passi di distanza dal tragico cortile in cui si è svolto l’epilogo del dramma od è stato svegliato dal fracasso delle fucilate. Tutto ciò si chiamerà forse cercare il pelo nell’uovo, ma l’esame delle incongruenze, dei punti oscuri, dei dubbi che inevitabilmente nascono nella mente di chi abbia tentato di ricostruire la scena non cesserà per questo di essere interessante. A Castelvetrano, alle 3 e 15 del 5 luglio, il capitano Perenze, il brigadiere Catalano, i carabinieri Renzi e Giuffrida (dice la relazione ufficiale) hanno riconosciuto da lontano il capobanda mentre assieme ad uno dei suoi uomini percorreva la via Gagini. Vistisi sorpresi, i due si sono dati alla fuga in direzioni diverse e il gregario è riuscito a dileguarsi. Giuliano invece è stato inseguito attraverso le vie della città. Contro di lui è stato fatto fuoco ripetutamente, un proiettile lo ha raggiunto alla spalla, il fuggitivo ha risposto a sua volta con la pistola e col mitra. Giunto in via Mannone, il brigante ha sperato di trovare scampo entrando in un cortile e là, mentre tentava di dare la scalata al muro di cinta oltre il quale c’è un piccolo orto e poi la campagna, è stato freddato con una raffica di mitra dal capitano. […] Gli abitanti di via Mannone invece hanno sentito. La loro testimonianza però è in contrasto con la versione ufficiale. Questa dice che il brigante esplose 52 colpi col moschetto mitragliatore che al 53° si inceppò. Giuliano buttò a terra il mitra quando era già nel cortile e impugnò la pistola, ma il capitano dei carabinieri lo prevenne scaricandogli addosso per primo un intero caricatore del suo Thompson. Gli spari insomma avrebbero dovuto susseguirsi in questo ordine: raffiche di mitra più o meno lontane (Giuliano che spara sulla strada), altra raffica dopo una pausa di silenzio (Perenze che fa fuoco all’ingresso del cortile); subito dopo forse qualche colpo di pistola (Giuliano che, prima di stramazzare a terra, tenta l’ultima difesa), forse il Thompson che risponde ancora (Perenze che ha innestato il caricatore nuovo). Invece gli abitanti di via Mannone (trascureremo i nomi della gente minuta facile ad accettare ed a ripetere come esperienza propria il racconto altrui e citeremo soltanto il pretore di Castelvetrano Giovanni De Simone, e il colonnello a riposo Santorre Vizzinisi) sono unanimi nel ripetere che si sentirono prima cinque o sei colpi di pistola sparati sotto l’arco di ingresso o nel cortile, poi due raffiche di mitra distanziate da un breve intervallo. Subito dopo si udì la voce del capitano che gridava a qualcuno di portare un po’ d’acqua per il ferito e il furioso martellare con calcio del moschetto alla porta dell’unica abitazione che si apra sul cortile.[…].”

Critolao il più famoso sarto di Sicilia

Gaius Licinius Verres ( Verre) venne nominato Pretore di Sicilia nel 73 a.C. ed usufruendo di una imprevista proroga del suo mandato dovuta ...