domenica 6 giugno 2021

Catania, 7 ottobre 1884: una tromba d’aria devasta la città

 Il 7 ottobre 1884 una Tromba d’Aria, partita dal territorio di Motta Santa Anastasia devastò Catania procurando danni enormi e mietendo vittime tra la popolazione della città capoluogo di provincia; su questo disastroso evento in data 12 ottobre 1884 il Prof. Orazio Silvestri scrisse una relazione che venne pubblicata sul Corriere Di Catania il 21 ottobre. I contenuti tecnici della relazione del Prof. Silvestri furono, successivamente, contestati dal Prof. Damiano Macaluso in una relazione presentata all’Accademia Gioenia in data 23 novembre 1884 a cui seguì una relazione del Prof. Silvestri che conteneva le osservazioni sui contenuti della relazione del Prof. Macaluso, presentata all’Accademia Gioenia in data 28 dicembre 1884. Le relazioni dei due studiosi si basavano principalmente sui contenuti barometrici che aveva caratterizzato la Tromba D’Aria, mentre una accurata descrizione degli effetti e dello svolgersi del percorso della Tromba D’Aria vennero relazionati in uno scritto del Prof. Salvatore Bruno, pubblicato nel 1884, dal titolo “ La Tromba Terrestre del 7 ottobre 1884 in Catania”. In relazione al luogo in cui si formò la Tromba D’Aria il Prof. Bruno così scrive: “[…] ho saputo dal sig. Giuseppe Fassari, che trovavasi in Motta S. Anastasia, e da una relazione fatta dal nostro Esattore delle imposte, che tornava in ferrovia da Palermo, ambidue attestanti di aver veduto il primo sorgere della meteora, che essa si formò in vicinanza della stazione di Motta, donde poi giunse al lido d’Ognina.” Il Prof. Bruno ebbe modo di osservare personalmente la forza distruttrice della Tromba D’Aria che riportò nel suo scritto: “ Credo quindi utile, che anche io, il quale potei osservarla, descriva colla maggiore esattezza possibile la terribile Tromba Terrestre, che il giorno 7 ottobre 1884 danneggiò tanto la fiorentissima Catania. Era io alla mia piccola villeggiatura nella nuova borgata della Guardia, distante circa quattro chilometri da Cibali, un tre chilometri dal Borgo, e quasi precisamente due chilometri da Picanello e da Ognina, luoghi danneggiati dalla tremenda meteora. […] Verso le dodici meridiane dense nuvole si congregarono a nord-ovest, tuoni sordi tirarono l’attenzione a quella contrada, e si ebbero tutti quei segni, che sogliono aver luogo quando si desta qualche temporale. Ne quei segni fallirono. Veramente il temporale fu, e ad un venti chilometri da Catania, dove giungeva l’estremo lembo delle nubi temporalesche, che lasciavan cadere goccie di rara pioggia. […] Circa l’una le nubi di nord-est si avanzarono in direzione di Catania, e verso il loro centro presero una tinta nera e minacciavano una violenta pioggia temporalesca. I tuoni erano ancora lontani, quando ecco ad un tratto, insieme con una non tanto forte scossa di aria, un terribile fragore scoppia nella direzione di sud-ovest, ed una enorme torre nera colla base inferiore al suolo e colla superiore al cielo si mostra terribilmente minacciosa, e comincia la sua marcia desolatrice verso nord-est. Fu in quel momento che il terribile mostro si presentò agli occhi miei. Dalla posizione relativa tra la direzione dove la meteora mi apparve ed i uoghi che immediata mentene furono colpiti, si vede anche graficamente, che essa non era ancora entrata nella sventurata contrada di Cibali. […] Quando essa giunse alla contrada Picanello parve di rallentare per un istante la velocità della sua corsa, che subito riprese, sinché giunse al lido d’Ognina.” Nel suo percorso la Tromba d’Aria non toccò il centro di Catania e, continua a raccontare Salvatore Bruno;[ fui ] contento, che Catania aveva scongiurato un grave pericolo,percè, dicevo a me stesso: se la meteora avesse preso di mira il centro della città, chi sa quanti uomini avrebbe distrutto e quanti palazzi abbattuti ? Ma la mia gioia non durò che pochissimo. Notizie da Ognina, notizie da Picanello cominciarono a farmi conoscere i danni già avvenuti, e che io da prima credei esagerati […].”  Salvatore Bruno prosegue la sua relazione accennando ai fenomeni magnetici, dell’energia sprigionata, elettrici e di calore associabili alla formazione delle Trombe d’Aria e, tornando a descrivere gli effetti della Tromba d’Aria su Catania, così prosegue: “ Le palazzine diroccate a Cibali, al Borgo, ad Ognina e specialmente quella dei signori Faro a Picanello, gli alberi sradicati dal suolo, i loro rami violentemente rotti ne fanno infallibile testimonianza. […] Osservate gli alberi colpiti dalla meteora, e li troverete semicarbonizzati, e le troverete affumicate, qua sicché siano state sotto l’azione di una combustione. […] Il cadavere della signora Chines senza alcuna lesione traumatica attesta azione elettrica. Il signor Lorenzo Lima ed un figlioletto della sventurata signora Chines riportarono sulla pelle una specie di tatuaggio, che pare fatto con ferri infuocati. Di tutte le case rovinate, le più radicalmente svelte sono quelle del signor Marchese a Cibali, e quelle dei fratelli Faro a Picanello. Ambedue erano munite di parafulmine. Quella però del signor Motta in Ognina, fu meno radicalmente distrutta, quantunque munita, si dice, di parafulmine. […] La più esatta osservazione che io potei fare della nostra tromba fu quella della sua dissoluzione. Giunta precisamente al lido d’Ognina, come sopra fu detto, la meteora si arrestò e a disciogliersi impiegò alquanto tempo. […] Ciò che ci è di notevole in questo arrivo ella meteora al mare si è, che uno sventurato pescatore ne restò vittima sulla barchetta che reggeva vicino al lido, ed il suo cadavere fu trovato senza alcuna lesione esterna. […] Queste tre borgate [ Cibali, Borgo, Ognina … ] La meteora le prese di mira, e colla velocità acquistata dalla stazione di Motta, investì prima Cibali. Non ci sono lagrime che bastino a deplorare adeguatamente la ruina di quel sobborgo. Graziosissime palazzine cinte da eleganti villini, fattorie inservienti a vasti poderi, abitazioni di gente industriosa, tuguri di poveri, tutto atterrò in un istante la meteora. Immensi giardini, vasti vigneti, annosi oliveti furono sdradicati, buttati a terra e irreparabilmente carbonizzati. Eleganti signore, industriosi cittadini, innocenti bambini morti sotto le rovine, o gravemente feriti e pericolanti della vita negli ospedali, o nelle proprie case, doe furono condotti, compiono il quadro della desolazione. […] Il Borgo presenta un quadro, che ha il suo riscontro nelle rovine di Pompei. Ivi non palazzine, ma grandi edifizj cittadineschi sono stati atterrati, e strappano le lacrime […]. La più dolorosa scena è quella di Picanello dove, come in principio fu detto, la meteora sembrò rallentare un poco la sua corsa.” Nella proprietà di due fratelli a Picanello: “ […] la meteora in men che si pensi, desola completamente il giardino, sdradica per così dire la casa, lasciando morti sotto le macerie la madre ed una giovine serva del figlio, a quale teneva tra le braccia un bello ed innocente bambino di sette mesi: […].” Ad Ognina le rovine di case, le devastazioni di campi, non sono inferiori a quelle di Cibali e del Borgo […].”

domenica 16 maggio 2021

Il mistero della morte di Salvatore Giuliano

Nella interminabile ricerca della verità in merito alle dinamiche che portarono alla morte di Salvatore Giuliano, o di quella “messinscena” che alcuni ipotizzano sia stata artificiosamente rappresentata per nascondere la verità, uno degli elementi che autorizzano ad ipotizzare che la versione ufficiale dell’accaduto non corrisponda alla realtà dei fatti deriva proprio dalla rilevazione delle sequenze e del numero di spari che venne affermata ma che venne smentita dai testimoni che ebbero modo di sentire li spari. Sin dall’epoca immediatamente successiva alla diffusione della notizia che Salvatore Giuliano era stato ucciso nel cortile dell’avvocato Di Maria, legale di fiducia di Giuliano, a Castelvetrano, furono in molti a sollevare dubbi sia sulla dinamica all’uccisione, sia sulla vera identità del morto mostrato dalla “Settimana INCOM n. 466 del 12 luglio 1950” nei cinema. Solo per citare alcuni degli innumerevoli articoli più recenti che si sono occupati di indagare sulla verità relativa all’uccisione di Salvatore Giuliano ricordiamo l’articolo di Nino Materi, pubblicato su “Il Giornale.it” il 7 gennaio 2019 dal titolo “70 anni fa la morte ( o quasi) di Salvatore Giuliano: 70 anni dopo si cerca ancora la verità”, l’articolo di Giulio Ambrosetti, pubblicato su “I Nuovi Vespri” il 5 luglio 2020 nonché l’articolo intervista realizzata da Angelomauro Calza e pubblicata sul suo blog, nella quale l’autore ha raccolto la testimonianza dell’infermiere che ha accudito l’avvocato Di Maria fino alla morte, Giuliano Zito, che ha raccontato che Di Maria, prima di morire, gli confidò che il cadavere mostrato non era quello di Salvatore Giuliano, bensì di tale Antonino Scianna. Ma qual’era la convinzione della stampa dell’epoca relativamente all’identità del morto mostrato alla pubblica opinione ed alle dinamiche reali della uccisione di Salvatore Giuliano (se era lui il morto)? Per cercare di appurarlo abbiamo operato una ricerca su alcuni giornali dell’epoca selezionando alcuni degli innumerevoli articoli dedicati a Salvatore Giuliano. Dalla rilettura di alcuni articoli pubblicati prima e dopo l’uccisione di Salvatore Giuliano, avvenuta il 5 luglio 1950 a Castelvetrano, sembrerebbero emergere inquietanti interrogativi sulla reale dinamica ufficiale della sparatoria nel corso della quale sarebbe stato ferito a morte la “Primula Rossa di Montelepre”. La ricostruzione ufficiale venne smentita dalle testimonianze di abitanti di Castelvetrano, tra cui alcuni autorevoli uomini dello Stato, che udirono e riportarono la sequenza degli spari che non coincideva con gli spari che vennero indicati nella versione ufficiale; circostanza che “costrinse” il colonnello Luca (da poco promosso generale) a motivare successivamente la mancata rilevazione del rumore degli spari, sostenendo (sic!) che “IL MITRA DEL CARABINIERE RENZI AVEVA IL SILENZIATORE”. In una intervista rilasciata dal generale Luca al “Corriere di Sicilia” pubblicata martedì 3 ottobre 1950, a seguito della domanda “Come mai gli abitanti del quartiere non udirono i colpi della sparatoria, in una notte d’estate, con tutte le finestre aperte ?”, lo stesso generale affermava che: “ […] il mitra del carabiniere Renzi che sparò era munito di silenziatore”. Alla luce di questa affermazione che appare poco credibile, ci si chiede, legittimamente ancora oggi, perché il mitra del carabiniere Renzi (e solo il suo) avesse il silenziatore e perché anche le armi degli altri tre che parteciparono (secondo la versione ufficiale) alla sparatoria non lo avessero. Questa incongruenza e le altre che già furono fatte rilevare da Tommaso Besozzi, per primo, ci inducono a chiederci quale sia stata la vera dinamica di quegli eventi, nonché la ratio e le finalità di quella che sembrerebbe, se tale fu, una “messa in scena” e che indurrebbero a ritenere che il luogo in cui fu mostrato il cadavere non fosse quello in cui Salvatore Giuliano (o chi per lui) venne ucciso, ne le modalità rappresentate nella versione ufficiale fornita dalle autorità. Le notizie pubblicate dalla stampa americana prima del 5 luglio 1950, data della presunta morte di Giuliano, e riportate dalla stampa italiana, in uno con affermate discordanze con i dati antropometrici di Giuliano (era alto 1,60 cm. o 1,80 cm. ? ), inducono ulteriormente a rafforzare oggettivamente il dubbio: il cadavere mostrato nel cortile dell’avvocato Di Maria a Castelvetrano era realmente quello di Salvatore Giuliano ? Ma torniamo alla dinamica ufficiale e non dell’uccisione di Giuliano. Fondamentale nelle valutazioni che sono state fatte nei diversi articoli e nei libri che hanno indagato su ciò che successe realmente nel cortile dell’avvocato Di Maria (ammesso che fosse stato quello il luogo in cui il morto mostrato nei filmati era stato ucciso) è l’articolo scritto da Tommaso Besozzi sull’Europeo del 16 luglio 1950: “Di sicuro c’è soltanto che è morto”, che realizzò una accurata indagine su fatti accaduti la notte del 5 luglio 1950 in via Mannone a Castelvetrano. Nel suo articolo Besozzi nel contrastare la versione ufficiale dell’accaduto, dice: “Chi è stato a tradirlo ? [ Giuliano] Dove è stato ucciso ? Come ? E Quando ? La grande maggioranza dei siciliani non crede alla descrizione ufficiale del conflitto nel quale ha trovato la morte Salvatore Giuliano. E anche noi dobbiamo confessare di avere inutilmente tentato di mettere d’accordo parecchi particolari di quella relazione con i luoghi, le circostanze, il racconto di chi quella notte vegliava a pochi passi di distanza dal tragico cortile in cui si è svolto l’epilogo del dramma od è stato svegliato dal fracasso delle fucilate. Tutto ciò si chiamerà forse cercare il pelo nell’uovo, ma l’esame delle incongruenze, dei punti oscuri, dei dubbi che inevitabilmente nascono nella mente di chi abbia tentato di ricostruire la scena non cesserà per questo di essere interessante. A Castelvetrano, alle 3 e 15 del 5 luglio, il capitano Perenze, il brigadiere Catalano, i carabinieri Renzi e Giuffrida (dice la relazione ufficiale) hanno riconosciuto da lontano il capobanda mentre assieme ad uno dei suoi uomini percorreva la via Gagini. Vistisi sorpresi, i due si sono dati alla fuga in direzioni diverse e il gregario è riuscito a dileguarsi. Giuliano invece è stato inseguito attraverso le vie della città. Contro di lui è stato fatto fuoco ripetutamente, un proiettile lo ha raggiunto alla spalla, il fuggitivo ha risposto a sua volta con la pistola e col mitra. Giunto in via Mannone, il brigante ha sperato di trovare scampo entrando in un cortile e là, mentre tentava di dare la scalata al muro di cinta oltre il quale c’è un piccolo orto e poi la campagna, è stato freddato con una raffica di mitra dal capitano. […] Gli abitanti di via Mannone invece hanno sentito. La loro testimonianza però è in contrasto con la versione ufficiale. Questa dice che il brigante esplose 52 colpi col moschetto mitragliatore che al 53° si inceppò. Giuliano buttò a terra il mitra quando era già nel cortile e impugnò la pistola, ma il capitano dei carabinieri lo prevenne scaricandogli addosso per primo un intero caricatore del suo Thompson. Gli spari insomma avrebbero dovuto susseguirsi in questo ordine: raffiche di mitra più o meno lontane (Giuliano che spara sulla strada), altra raffica dopo una pausa di silenzio (Perenze che fa fuoco all’ingresso del cortile); subito dopo forse qualche colpo di pistola (Giuliano che, prima di stramazzare a terra, tenta l’ultima difesa), forse il Thompson che risponde ancora (Perenze che ha innestato il caricatore nuovo). Invece gli abitanti di via Mannone (trascureremo i nomi della gente minuta facile ad accettare ed a ripetere come esperienza propria il racconto altrui e citeremo soltanto il pretore di Castelvetrano Giovanni De Simone, e il colonnello a riposo Santorre Vizzinisi) sono unanimi nel ripetere che si sentirono prima cinque o sei colpi di pistola sparati sotto l’arco di ingresso o nel cortile, poi due raffiche di mitra distanziate da un breve intervallo. Subito dopo si udì la voce del capitano che gridava a qualcuno di portare un po’ d’acqua per il ferito e il furioso martellare con calcio del moschetto alla porta dell’unica abitazione che si apra sul cortile.[…].”

sabato 10 aprile 2021

Motta Santa Anastasia durante il periodo Svevo

Il Castrum Sanctae Anastasiae costituì in epoca normanna e sveva uno dei più importanti presidi militari dell’isola, sia per la sua inaccessibilità naturale e capacità difensiva, sia per il ruolo strategico in termini di offesa-difesa che giocava rispetto alla città di Catania, della piana di Catania e della valle del Simeto, nonché perché sentinella posta sul confine tra il Val Demone e il Val di Noto. Con riferimento alle finalità della politica federiciana in ambito castellare, occorre comunque precisare che, in realtà, l’obiettivo finale delle norme sull’apparato castellare emanate da Federico II era quello di permettere allo stesso Federico II, oltre che il totale controllo politico-militare del territorio del Regnum Siciliae, di poter acquisire le strutture militari con più valenza strategica anche nell’Italia continentale meridionale, in possesso del Papato e di nobili di cui l’Imperatore non riteneva di potersi fidare: tale obiettivo andava coniugato con la razionalizzazione dell’amministrazione castellare finalizzata a una sostanziale riduzione dei suoi costi gestionali. Federico di Svevia, a partire dal 1232, inizia a trasformare definitivamente tutta la struttura castellare del Regno di Sicilia e anche quella specificatamente siciliana, adeguandola ai suoi disegni strategici e alle necessità politico-finanziarie dello Stato del Regno di Sicilia, dove venne creato un apposito ramo dell’amministrazione statale, ovvero l’amministrazione castellare che, in qualche modo, ricalcava l’organizzazione castellare di Re Ruggero II in parte modificata durante l’età di Tancredi.

Nella nuova riorganizzazione delle strutture militari del Regno di Sicilia, soggette al disposto del capitolo XIX delle Assise di Capua, e per l’esigenza di ridurre le enormi spese, si reputò necessaria da parte di Federico II la distruzione di oltre cento castelli, il cui mantenimento da parte dell’amministrazione castellare del Regno di Sicilia era oltremodo oneroso, e che non potevano essere lasciati incustoditi, in particolare nella parte continentale del Regno di Sicilia, giacché eventuale immediata facile preda per lo Stato Pontificio assieme ai suoi alleati costituiti dalle grandi città italiane che già manifestavano esigenze di autonomia e libertà e che potevano assumere, come di fatti lo assunsero, il ruolo di nemici dell’Imperatore Federico di Svevia: peraltro nel 1232 la conflittualità interna al Regno di Sicilia non era ancora del tutto sopita e la tensione all’autonomia delle grandi città siciliane costituiva ancora un problema da risolvere.

In Sicilia Federico lo Svevo, specie dopo la rivolta di Catania del 1232 che si unì a Messina e alle altre città siciliane che si erano ribellate alla sua politica di monopolismo politico ed economico e di compressione delle libertà civiche introdotte in Sicilia, si rende conto della necessità di costituire nella città etnea e in altri siti di alta rilevanza strategica un presidio militare che gli permettesse di averne l’assoluto controllo sulle città e sui territori circostanti: il problema, che a Catania riveste un’enorme importanza strategica, viene brillantemente risolto con la costruzione del Castello Ursino che rende sul piano strategico, nel territorio metropolitano, solo parzialmente obsoleto e militarmente meno determinante il Castello di Motta Santa Anastasia e anche quello di Aci, rispetto alla difesa di Catania.

A conferma dell’iniziale valutazione di essenzialità funzionale, infatti, sia il castello di Aci sia quello di Motta, siti ad alta valenza strategica anche rispetto alla città di Catania, vengono inseriti nel regio demanio, privando il vescovo di Catania della loro infeudazione e del loro possesso (qualora l’avesse effettivamente avuto dopo la morte della Regina Costanza); venendo inizialmente inseriti nell’elenco dei cento castelli da distruggere. La notizia certa dell’inserimento del Castrum Sanctae Anastasiae nell’elenco dei cento castelli da distruggere determina, inoltre, la possibile conseguente considerazione che questo potesse essere stato ricostruito dopo il 1197, ovvero dopo la morte di Enrico VI, da parte del vescovo di Catania: innalzato, quindi, nel periodo per cui varrà successivamente la disposizione demolitoria costituita dal testo del capitolo XIX delle Assise di Capua e delle disposizioni conseguenti alla rivolta del 1232. In relazione all’esito operativo della decisione di distruggere i famosi cento castelli del Regnum Siciliae compresi nella lista federiciana, ovvero sulla distruzione effettiva e totale di tali castelli, tra cui il Castrum Sanctae Anastasiae, vi sono opinioni divergenti circa la sua effettiva realizzazione. Per quanto attiene alla distruzione del Castrum Sanctae Anastasiae vi è da una parte Hans Niese, il quale sostiene che i castelli di Aci e Motta furono effettivamente distrutti ( 1 ), mentre Matteo Gaudioso sostiene che, in realtà, i due castelli non furono mai demoliti ( 2 ). Rispetto alle significanze storico-contestuali che sono relative alle titolazioni del sito dell’odierna Motta Santa Anastasia in quell’epoca, si può rilevare come la costante tipologica che nei documenti svevi e angioini si correla alla Rocca di Motta Santa Anastasia nel corso del XIII secolo, è il termine ‘Castrum’ o ‘Terra’. Il termine ‘Castrum’, nel contesto epocale e territoriale di cui parliamo, sta a indicare, con riferimento a quel periodo e alle classificazioni operate, l’esistenza di una fortificazione di tipo elusivamente militare, senza presenze di civili all’interno del perimetro difensivo della struttura classificata quale Castrum, come ci testimonia lo storico prussiano Eduard Sthamer che arriva a tale conclusione dopo aver esaminato attentamente la documentazione svevo-angioina. Infatti, lo Sthamer esaminando attentamente la documentazione dell’epoca sia sveva sia angioina, ci informa che: «gli atti svevi ed angioini di quest’epoca utilizzano l’espressione Castrum solo nel senso più stretto di castello [...]. E si tratta sempre di fortificazioni tali che in esse si trovi insediata solo una guarnigione militare e nessun altro tipo di abitante [...]; [dove vengono insediate famiglie il termine noto è Fortellicia, ambedue castelli fortificati per pure finalità militari; sc.]» ( 3 ).

Dobbiamo, perciò, concludere – sulla base dei termini che abbiamo riscontrato nei documenti storici e storiografici che riguardano il paese di Motta, durante il periodo che va dal 1212 al 1266 – che la condizione urbano-sociale che caratterizzava il Castello di Motta Santa Anastasia, ovvero la struttura militare fortificata posta sulla Rocca di Santa Anastasia, avendo a quell’epoca il titolo di Castrum Sanctae Anastasiae, esclude che vi fosse all’interno del suo perimetro militare una comunità civica, ma che vi fosse solo una guarnigione militare che la presidiava assieme al personale non militare necessario alla sua gestione. Ciò, evidentemente, non era in ogni caso incompatibile con la presenza, immediatamente fuori dal perimetro militare, nel suburbio o nelle campagne meno vicine, di una comunità rurale presente sul territorio attuale del paese, di Burgenses, di villani e servi della gleba asserviti al feudo vescovile e non, distribuiti in abitazioni rurali poste nel territorio annesso al feudo di cui erano pertinenze; anzi siamo quasi certi della presenza di una comunità di Burgenses e/o di possessori di beni allodiali, che forse poteva vantare antichi diritti.

Dal momento in cui Federico di Svevia inizia a riorganizzare lo Stato nel Regno di Sicilia, in un contesto in cui si trova a dover contrastare la politica dei Pontefici Romani verso l’Impero e verso il Regnum Siciliae, organizza un’amministrazione politico-militare dello Stato finalizzata al più assoluto controllo interno sul territorio e sulle popolazioni e che gli fornisca in modo rapido e massiccio le risorse di cui necessitava per l’attuazione della politica imperiale. Un passaggio fondamentale per il raggiungimento di questo obiettivo politico e militare viene raggiunto attraverso l’emanazione di una legislazione specifica che riguarda le costruzioni militari, primi tra tutti i Castra; l’interesse dello Svevo verso i castelli derivava dal ruolo fondamentale che, in tale epoca, tali strutture militari ricoprivano nel controllo interno del territorio dello Stato federiciano e nella possibilità che esse offrivano nell’opposizione e resistenza ai nemici esterni. Confermando il principio giuridico secondo cui la costruzione di un castello e la sua gestione era un atto di esclusiva competenza dell’Imperatore, Federico di Svevia sottrasse alla diretta gestione e influenza dei potenti vassalli tutte le costruzioni militari di rilievo strategico; ordinando la già riferita distruzione di circa cento di essi nell’intero territorio del Regno di Sicilia, laddove gli stessi non erano strategicamente funzionali alla difesa dall’esterno o potevano costituire pericolosa occasione di occupazione e resistenza interna nel regno. Anche alcuni Castra dati in feudo alla nobiltà e ai feudatari in genere, o che erano stati costruiti senza la necessaria autorizzazione imperiale, subirono questo destino, compreso il Castrum Sanctae Anastasiae che, come già detto, venne inserito in un elenco di castelli da distruggere; il Castrum Sanctae Anastasiae.

Tutti i castelli, che in tempo di pace erano sottoposti a un castellano e a pochi uomini di guarnigione, furono muniti di mercenari oppure occupati dai feudatari vicini» ( 4 ). Tutti coloro che potevano essere in sospetto di non essere assolutamente fedeli all’Imperatore, o che avrebbero potuto non esserlo in futuro, furono sostituiti, come avvenne per il castellano del Castello di Santa Anastasia. Tale vicenda, peraltro, ci fornisce una prova diretta che il Castrum Sanctae Anastasiae sia stato, probabilmente o almeno in parte, risparmiato nel 1232, e che esso sin da quella data dipendesse direttamente dall’Imperatore: abbiamo infatti una lettera dell’Imperatore Federico di Svevia: questi, infatti, scriveva da Foligno il 5 febbraio 1240, in risposta al Secreto di Messina che lo informava dei provvedimenti presi, e gli confermava la sua  approvazione per aver rimosso i castellani di Aci e Sant’Anastasia, non ritenuti idonei o, per meglio dire, affidabili: «De castro Iacii et Sancte Anastasie, a quibus castellanum tamquam non ydoneum amovisti, iamdudum provvidimus nostre beneplacidum maiestatis» ( 5 ).

La struttura castellare dell’odierna Motta Santa Anastasia durante il periodo federiciano venne, comunque, inglobata nell’apparato dei castelli del Regnum Siciliae come testimoniano alcune lettere dell’Imperatore anche se, come vedremo, non direttamente soggetta alla gestione della amministrazione castellare. A causa, purtroppo, del deterioramento o della distruzione dei documenti della cancelleria sveva, per gli elementi che sono stati riportati solo parzialmente da alcuni storici, non possiamo documentare in modo assolutamente certo se il Castrum Sanctae Anastasiae sia stato sottoposto alla gestione della amministrazione castellare del Regno di Sicilia (gestione Curiale), o sia stato inserito tra i Castra Exempta, ovvero tra quei castelli sottoposti al diretto controllo dell’Imperatore Federico II. I dati disponibili, comunque, ci inducono comunque a ipotizzare che il Castrum Sanctae Anastasiae fosse inserito tra i Castra Exempta controllati direttamente dall’Imperatore.

La relativa incertezza circa la collocazione del Castrum Sanctae Anastasiae nell’ambito dei Castra Exempta deriva dal fatto che dalla documentazione disponibile, lo stesso Sthamer non ha potuto riscontrare interamente i documenti svevi dell’epoca che avrebbero potuto far chiarezza su questo aspetto della storia dei castelli siciliani e anche sulla storia di Motta e del suo Castello: dai documenti esaminati, infatti, lo studioso prussiano dichiara di non essere in condizione di poter elencare tutti i Castra Exempta in quanto, come riferisce: «la lista dei castra exempta tramandata dal registro di Federico II è purtroppo lacunosa» ( 6 ), e, pertanto, non viene riportata nel suo lavoro.

Come vedremo dall’esame di altri elementi che ci ha fornito la nostra ricerca, siamo indotti a credere – pur in assenza del nome del Castrum Sanctae Anastasiae in quella parte dei documenti pubblicati con riferimento all’elenco dei Castra Exempta che lo Sthamer ha potuto esaminare all’inizio del Novecento e che già allora erano in parte rovinati – che vi siano elementi oggettivi e correlati che ci permettono di sostenere che il Castrum Sanctae Anastasiae era inserito tra i Castra Exempta alle dirette dipendenze dell’Imperatore svevo. Lo Sthamer sostiene che nel 1239 Federico II operò la sostituzione dei castellani proprio in quelle strutture castellari che, per la particolare importanza che a essi veniva riconosciuta dall’Imperatore, dalla gestione della amministrazione castellare del Regno di Sicilia passarono alla diretta gestione dell’Imperatore; tali castelli vennero definiti Castra Exempta. Quanto affermato dallo Sthamer, quindi, ovvero che i castelli ove nel 1239 furono disposte le sostituzioni dei castellani (tra cui il Castrum Sanctae Anastasiae) avessero acquisito la condizione di Castra Exempta, ci permette di affermare che nel 1239 il Castrum Sanctae Anastasiae esisteva, che fu scorporato dalla amministrazione castellare del Regno di Sicilia, che lo aveva avuto in gestione dal 1232 al 1239, e inserito nel 1239 tra i Castra Exempta, sottoposto alle dirette dipendenze gestionali di Federico II: probabilmente per la sua rilevante importanza strategica attribuita a esso dallo stesso Imperatore Federico II. Il fatto, inoltre, che la sostituzione del castellano del Castrum Sanctae Anastasiae sia stata determinata dal Secreto e non dal Provvisor Castra dovrebbe essere considerato elemento definitivo di prova per attestare la sua appartenenza ai Castra Exempta.

Bibliografia:

  1. Hans Niese –Il Vescovato di Catania e gli Hohenstaufen in Sicilia – in ASSO,XII, 1915, p.80.
  2. Matteo Gaudioso – La questione demaniale in Catania e nei casali del Bosco Etneo – Libreria Musumeci Editrice –Catania 1971, p. 12.
  3. Eduard Sthamer – L’amministrazione dei castelli nel Regno di Sicilia sotto Federico II e Carlo D’Angiò – trad. di F. Panarelli – Mario Adda Editore, Bari 1995, p. 6.
  4. Ernst Kantorowicz – Federico II Imperatore – Garzanti – Milano 1981, p. 49.
  5. Cristina Carbonetti Venditelli – Il registro della Cancelleria di Federico II del 1239-1240 – a cura dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo – Roma 2002, vol. II, p. 503.
  6. Eduard Sthamer, cit., p. 57.

martedì 9 marzo 2021

Quando un ciclone devastò Favara

Il sacerdote Giuseppe Cafisi, arciprete di Favara, ha documentato gli straordinari e disastrosi eventi atmosferici che interessarono la “Terra Della Favara” il 10 marzo 1772, che causarono danni e distruzioni per una eccezionale grandinata, durata diverse ore, e di un ciclone che distrusse ogni cosa che incontrò sul suo cammino.

Dalle prime ore di quel 10 marzo 1772 la temperatura a Favara si era abbassata in modo insolito e notevole e tale si mantenne per l’intera giornata; alle ore 19,30 su Favara si abbatte una violentissima grandinata, durata oltre tre ore, con chicchi di grandine anche di dimensioni pari a quella di una grossa arancia e, dice il Cafisi: “ … accompagnata da fulmini, e tuonise ne pesò dopo tre ore una di due libre, e undeci oncie, oltre le tante, che se ne dicono, forse con iperbole, cadute più grosse. Si ruppero al loro empito quasi il terzo delle tegole delle case, e le vetrate delle fenestre con gravissimo danno di ciascheduno. Lo spavento, e il timore, che grandini di tal non mai veduta grossezza non facessero cadere i tetti delle case, preservò molta gente dalla morte, mentre da alcuni si accorse alle chiese, e da altri a luoghi più sicuri, ove, ove non arrivò poi il Turbine, o almeno non produsse i violenti effetti del suo furore.”

Di li a poco su Favara si abbatte la furia di un ciclone che: “ … produsse quei deplorabili danni, che faran per gli altri oggetti di meraviglia, e per noi lo faranno per più anni di amaro pianto.

A causa dell’arrivo del ciclone: “ … si alzarono su quell’acque tre colonne come di agitato, e torbido fumo, l’una alla Pietra Patella, l’altra alla Foce del Fiume di Naro, e la terza al di là della Chiesa di S. Leone, queste ora diritte, ora curve, tornando colla loro cima a battere, e a dividere le onde con empito, lanciavano dal seno fulmini, e tuoni, e poi unitesi le due estreme a quella del mezzo, formossene una sola, che uscita dal mare, e tornatavi di belnuovo dopo il dibattimento di un’ora, ne uscì interamente, e dirizzò il suo corso al Nord verso quella sfortunatissima Patria.

Nel corso del suo cammino il ciclone: “Tutto rovinò, alberi, fabbriche, e siepi. Si contarono in un podere di non più che quattro tumuli di Terre (era tal campo proprio di Domenico Sorcio) 68 alberi di mandorlo svelti dal suolo, e 112, in un altro campo vicino, e innumerabili altri in tutti quei luoghi, per cui passò il Turbine, che furono l’oggetto della mesta curiosità, e spavento di tutti noi […].”

Narra ancora Giuseppe Cafisi che il ciclone: “La prima casa che incontrò, tuttoché fabbricata nello scorso Maggio, restò diroccata fin dalle fondamenta, facendone volar per aria il tetto, e le tegole, e ne trasportò una trave lungi più di 500 passi. Rovesciò tante altre case, rovinò molti tetti, e quei tra gli altri della Chiesa di S. Francesco, di nostra Signora delle Grazie, cui conquascò pure il campanile, e di S. Calogero, ove cadde la pesante statua del Santo, che si spezzò un braccio, e una mano, ed in essa piena di tanta gente non accadde alcun disastro con gran meraviglia d’ognuno. […] Entrò pure nella Chiesa Parrocchiale, ruppe la grossa stanga, che ne chiudeva la porta maggiore, fe ballare sull’alto tetto e tegole, sul pavimento i sedili, che vi erano per comodo di ascoltar la predica della quaresima, fe vacillare il Pulpito, sollevò in aria i veli, che coprivano le sacre immagini, estinse le lampadi, ma non già le candele accese all’altare, ove è riposta la Sacra Pisside. Grande fu qui lo spavento, che provò quella Gente ivi accorsa poco pria per lo timor della grandine, ma fu maggiore, quando sopraggiunsero per lo terrore del Turbine donne scarmigliate, e confuse, uomini semivivi, e tremanti, ne’ può facilmente descriversi uno spettacolo così lacrimevole; la confusione, i pianti, e tutto ciò, che detta il timor della morte, produssero degli svenimenti pericolosi, e fino tre gravide fece temere di imminente aborto, sebbene una di esse solamente abbia ivi dato a luce un fanciullo. […] Lo strepitoso fragore del Turbine accresciuto da quello delle rovine di tante fabbriche, il tremor della Terra, che sebbene non sia stato un vero Tremuoto, ma comunicatosi al suolo dallo scotimento delle fabbriche, come dalle vele a pesante Nave si comunica il moto in quelle prodotto da venti, tuttavia fu da molti sensibilmente percepito, ci fece a ragione tutto ciò temere l’eccidio del Mondo. […] Si saputo da chi scrive, che la statua di S. Calogero, pria di cadere a terra, fece come un giro nell’aria. Ha veduto l’Autor della presente, che il Turbine svelse dalle radici un grand’Albero di Mandorlo, che era nato in mezzo a una gran pietra, e pure fe precipitare un gran masso; come un tale effetto si vide in qualche altro luogo, ove si scorgono cadute pietre molto sorprendenti.”

 


giovedì 4 marzo 2021

Le origini storiche del catasto

Le origini del Catasto moderno vanno, certamente, ricercate nelle riforme amministrative dello Stato Romano, con probabili precedenti nella Grecia antica e, sicuramente, nell’antico Egitto; a Roma tali riforme furono realizzate unitamente e conseguentemente al sorgere dell’esigenza dello Stato Romano di poter disporre di uno strumento politico-amministrativo che fornisse la conoscenza esatta dei beni posseduti dai suoi cittadini. Dal punto di vista etimologico sembrerebbe che il: … termine italiano <catasto> […] secondo una certa scuola di pensiero […] potrebbe derivare dalla parola latina <catastrum>, che significa registro di inserimento o di accorpamento di proprietà e da <catasticu>, termine tecnico che indicava l’inventario dei beni fondiari. Ambedue derivano a loro volta da termini greci di uguale significato. Non è un caso che la struttura giuridica e tecnica del catasto (il <codex gromaticus>) si affermi in epoca romana, insieme alle altre fondamentali istituzioni giuridiche e sovverta consuetudini precedenti attraverso le proprie regole, la nuova politica dello stato”. (1)

In alcuni casi parrebbe che delle operazioni catastali dello Stato Romano, conseguenti sovente alle suddivisioni del territorio di nuova acquisizione per conquista militare, abbiano lasciato tracce in alcuni territori, individuabili, ancora oggi, in suddivisioni catastali del territorio riconducibili all’intervento romano. (2) Sotto questo profilo è interessante rilevare criteri e forme che determinavano la suddivisione del territorio, realizzata dagli Agrimensori Romani, ed il suo inserimento nel Catasto Romano, la cui conoscenza: “ … si basa su alcune fonti letterarie da cui traspare una prima fondamentale distinzione tra le terre indivise e le terre frazionate. Appartengono alla prima categoria le terre assegnate globalmente alle comunità urbane, alla nobiltà, e alle istituzioni religiose. I nobili e i religiosi possono a loro volta concedere i terreni ai loro coloni, ma rimangono responsabili direttamente dal punto di vista fiscale nei confronti dello stato. In linea generale ciò che caratterizza il disegno del territorio in epoca romana è la < Centuriazione >, cioè il frazionamento del terreno in un certo numero di < Unità agrarie > attraverso una maglia viaria costituita da strade che si intersecano ad angolo retto. Ogni centuria, di superficie generalmente quadrata, ha un lato di circa 710 metri ed una superficie d circa 50 ettari. I limiti delle centurie costituiscono gli assi della rete viaria principale. All’interno della centuria il terreno può essere ulteriormente frazionato in sub-unità delimitate da una rete viaria secondaria. L’assegnazione delle terre prescinde dalla centuriazione: infatti più centurie possono fare capo a un’unica proprietà e una singola centuria può essere frazionata tra diversi proprietari”. (3)

La caduta dell’Impero Romano e le condizioni che caratterizzarono l’Italia e l’Europa nel corso del medioevo fecero venir meno quella cultura catastale romana che, iniziò a essere nuovamente attenzionata nel corso del rinascimento. Il ritorno a metodologie più direttamente collegate a parametri geometrici ed alla produttività agricola, connessa alla funzione sociale della produzione agraria, si hanno con l'avvento dell’Illuminismo che mira a scardinare il principio della proprietà terriera svincolata dalla produttività e promuove l’uso sociale delle risorse che dall’agricoltura possono essere tratte, unitamente alle esigenze degli stati di poter disporre di una fonte certa di prelievo fiscale dalla proprietà delle terre, da realizzarsi in forma diffusa e libera da parte dei ceti produttivi. Tali necessità stimoleranno la modernizzazione del Catasto ed esso: “ … costituirà la legittimazione di questa forma di possesso, il suo riconoscimento, non solo di principio, ma pratico ed effettuale”. (4)

Nel Regno delle Due Sicilie Carlo III di Borbone, onde realizzare un sistema fiscale che garantisse una maggiore equità sociale, avviò la formazione del cosiddetto Catasto Onciario la cui attuazione concreta e definitiva, però, non venne mai realizzata, giacché, come sostiene il Villani il fallimento dell’iniziativa fu dovuto: “ … alla inefficienza del governo centrale e ai limiti del riformismo borbonico, incapace di colpire i privilegi feudali, i particolarismi municipali e di trasformare radicalmente le strutture dello stato”. (5) Un passo in avanti nelle riforme amministrativo-fiscali, anche se di breve durata a casa dei sovvertimenti politici di quel periodo, era stato compiuto nel 1810 dal Parlamento Siciliano che era: “ … riuscito a rimuovere il sistema di imposizione fiscale basato sui donativi e a porre le basi per la formazione di un catasto. Fu stabilito che il carico tributario complessivo venisse diviso in dieci fonti imponibili e ad ognuna di queste fu assegnata la quota con cui doveva contribuire. Fu stabilito anche che l’imposta sulla proprietà fondiaria dovesse essere proporzionale alla qualità dei terreni e furono individuati otto tipi di colture”. (6) Anche in quella riforma i terreni dell’agro palermitano furono dichiarati esenti da ogni tributo.

Bibliografia:

  1. C. Monti – A. Selvini – Il catasto nella storia (in AA.VV., Forma e struttura di catasti antichi – Milano 1994) – in, e Teresa Cannarozzo – Storia e cultura del territorio nelle mappe disegnate per la riforma del Catasto Siciliano – in Le Mappe del Catasto Borbonico di Sicilia – a cura di Enrico Caruso e Alessandra Nobli – Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali ed Ambientali e della Pubblica Istruzione – Palermo 2001 – p. 11.
  2. Gianfranco Caniggia – Analisi tipologica: la corte matrice dell’insediamento, in AA.VV., Recupero e riqualificazione urbana nel Programma Straordinario per Napoli (a cura di Filippo Ciccone) Milano, Giuffré 1984 – in Teresa Cannarozzo – cit. – p. 12.
  3. Teresa Cannarozzo – Storia e Cultura del territorio nelle mappe disegnate per la riforma del Catasto Siciliano – in “Le Mappe del Catasto Borbonico di Sicilia”, cit. – p. 11.
  4. Renato Zangheri – I catasti, in Storia d’Italia, 5° I Documenti, Torino, Einaudi, 1973.
  5. P. Villani – Il catasto onciario ed il sistema tributario napoletano alla metà del settecento, in Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, Bari 1962 – in Teresa Cannarozzo, cit., p. 14.
  6. Ludovico Bianchini – Storia economico-civile della Sicilia, ristampa a cura di F. Brancato, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1971 – in Teresa Cannarozzo, cit., p. 17.

mercoledì 27 gennaio 2021

La chiesa della Nunziatella primo insediamento di Misterbianco

Il sito di contrada Nunziatella ricorre spessissimo nelle cronache storiche che vi datano al III secolo d.C. la presenza di un Pago dedicato a Bacco per la diffusa coltivazione di vitigni in quella zona, ed il cui primo insediamento viene ricondotto ad un Pakis greco all’epoca in cui il sito apparteneva al territorio di Aitna-Inessa l’odierna Motta Santa Anastasia, e di cui abbiamo dato notizia in altri lavori. in epoca successiva la chiesa di San Giovanni Gerosolimitano prende il nome di chiesa di “Santa Maria della Nunciata”. In quella stessa contrada di Mezzocampo, nel XVII secolo venne ritrovata una stele (cippo di confine romano) che, secondo alcuni storici, segnava i confini tra Catania e l’antica città di Etna-Inessa, o, nel dubbio sollevato dallo stesso Carrera, tra il territorio di Catina e la parte del territorio di Catina annesso all’Ager Publicus romano e la cui pietra di confine si trova, oggi, nel cortile del Castello Ursino di Catania.

Davanti ai resti della Chiesa della Nunziatella il Roccaforte nel XVIII secolo trovò vari reperti greci e romani, tra cui il famoso Cippo Consularis oggi collocato nel cortile interno del Castello Ursino di Catania. Da una notizia pubblicata sulla rivista Siculorum Gymnasium, anno 1961, vol. XIV, p. 194, apprendiamo che lo stesso cippo: “Al fine di segnare i confini della proprietà fondiaria di un certo Vibio Severo, coincidente con l’attuale trazzera contigua alla chiesetta di S. Maria Dell’Annuziata, oggi rovinata, a circa Km. Quattro da Catania sulla via per Misterbianco, all’uopo sin utilizzò un precedente cippo [---].”
Il sito della chiesa della Nunziatella in contrada Mezzocampo, oggi appartenente al territorio di Misterbianco è stata sempre ed univocamente individuata dalle decine di storici che hanno descritto vicende legate a quei luoghi per l’essere quel luogo associato al Monte Cardillo, venendo collocata alle sue falde; in particolare gli storici, nel riferire episodi legati a tale sito, hanno messo sempre in evidenza come tra il XII ed il XV secolo, la dove oggi sono i resti della chiesa della Nunziatella, fosse presente la chiesa di San Giovanni Gerosolimitano dove nel giugno del 1337 spirò il re di Sicilia Federico III. Attorno alla allora funzionante chiesa della Nunziatella nel 1669, dopo la tremenda eruzione che seppellì monasteri, chiese, contrade e casali si insediarono quella parte di sfollati a causa dell’eruzione che poi fondarono successivamente Misterbianco. Delle prime fasi di vita di quegli sfollati attorno alla chiesa della Nunziatella, abbiamo avuto la possibilità di avere notizie certe grazie alla cronaca redatta da un eminentissimo e documentatissimo religioso misterbianchese, il sacerdote Antonino Bruno Licciardello di cui riportiamo integralmente il testo. (1) “La più parte [delle famiglie] si posero alle falde del monte Cardillo, avendo Mezzo Campo dalla parte nord, e tutti erano spettatori infelici di quella lava, che a guisa dell’onde d’un mar tempestoso ruotando per quelle contrade proseguiva a distruggere le loro ubertose possessioni. Intanto eglino divisi in tre colonie, vedendo interamente distrutta la loro patria con alquante terre intorno, e che il fuoco non cessava dal devastare i loro terreni; siccome nei flagelli di Dio è l’unico conforto la religione, per organo del clero e dei magistrati dirigono preghiere all’illustrissimo Monsignor Michelangelo Bonadies Vescovo allora di Catania, affinché accordi loro di potere amministrare i SS. Sacramenti in una piccola cappella della SS. Annunziata sin dall’ora forse nel territorio di Misterbianco all’est di Mezzo Campo. (Questa cappella fu rizzata pria del fuoco sotto il titolo di Maria SS. Annunziata, che dicevano con termine diminuitivo Nunziatella, il quale tutt’ora si conserva, e quella contrada dicesi Nunziatella). Il Vescovo accordò questa grazia, ed il 29 aprile di detto anno 1669 fra gli altri Sacramenti che si amministrarono si celebrò uno sponsalizio dal che si vede quanto fosse pura la loro fede, e rilevasi anche la sollecitudine con cui conservarono il sacro deposito dei vari oggetti, che portarono dalle famiglie sottratte, e la gelosa cura con cui li custodirono.( I contraenti sposi furono Francesco Santagati figlio di Andrea e di Maria Santonocito vedova di Matteo Scuderi e Vincenza Surito figlia di Erasimo e di Agata Leucatia, spsati dal Cappellano-Sacerdote Domenico Scordo, come si rileva dal libro de’ matrimoni dell’anno 1669). Oh siano eternamenti benedetti per la viva fede, che mostrarono dopo l’incendio dell’Etna, quando ancora non aveano tetti in cui si avessero potuto ricoverare, ad altro non pensarono che alla sola religione! Ma voglia il cielo che noi posteri, e loro tardi nepoti calchiamo le loro pedate e seguiamo le loro massime, custodendo pura e incontaminata la cattolica fede, unico sostegno di ogni buona società; giacchè senza di essa non vi può essere alcun vero progresso. […] Oggi è demolita e ciò da circa 15 anni [dal 1853] in qua. I nostri antichi vi solennizzavano la festività di Maria, ma nato un disgusto coi Catanesi sospesero i Misterbianchesi detta solennità dietro un grosso attacco co’ medesimi.”

Bibliografia

Antonino Bruno Licciardello – Viaggio agli avanzi rimasti dell’antica comune di Misterbianco – Stamperia Bellini della vedova Malerba Cosentino – Catania 1868 – pp. 27-29

martedì 26 gennaio 2021

Il culto del dio Fidius: dal Quirinale al porto saraceno di Catania

Del culto di questo dio ne parlano anticamente Livio, Sesto Pompeo, Varrone, Catone, Dionisio Halicarnasseo, Ovidio, Plauto, Virgilio, Fulgenzio il Grammatico; a Roma vi erano due templi dedicati al dio Fidius; uno era situato sul colle del Quirinale ed uno nell’isola Tiberina. Rispetto al culto del dio Fidius dice Dominique Brighel:

“Georges Dumezil ha sovente messo in relazione Mitra e Dius Fidius: ma, se è indubitabilmente una divinità di tipo mitriaco, Dius Fidius non è che una figura minore, che non è per nulla paragonabile a quella di Jupiter, e sarebbe errato affermare che Jupiter, in rapporto a Dius Fidius, rappresenterebbe il solo aspetto Varuniano della prima funzione. In realtà, Jupiter ricomprende anche ciò che rappresenta Dius Fidius: è il Dio del Giuramento, della Fides. Infatti, lo Jupiter latino ribadisce nella sua Persona tratti Varuniani accanto a tratti Mitriaci, altrimenti detto, la distinzione Varuna/Mitra non è più pertinente per analizzare questa figura essenziale dell’universo religioso dei romani.” (1)

Sul culto del Dio Fidius a Roma parla Enrico Montanari:

“Tuttavia, nel caso romano, una connessione funzionale con la Fides non riguarda il nostro personaggio in quanto “Scevola” (il monco), ma anche in quanto Mucio. Un dato sembra deporre in favore di una correlazione, probabilmente arcaica, dei Mucii con Dius Fidius, ossia con la personificazione divina della Sovranità Giuridica” a Roma. Quando Varrone descrive le Quattuor Regiones di Roma in cui si svolgeva la Processione degli Argei, allorchè tratta la terza (la collina) trascrivendo ex Argeorum Sacrificiis, osserva che uno dei colli sui quali esisteva un Sacrario degli Argei, si chiamava Collis Mucialis e su di esso sorgeva il tempio di Dius Fidius. Questa correlazione Mucii-Dius Fidius ci sembra caratterizzante anche perché, fra i cinque colli della Regio Collina, quello che ospitava i Tempi del Dius Fidius era il solo che non fosse denominante da un dio.” (2)

Sui poteri del dio Fidius parla Marco Abbruzzesi:

“ […] I Sacerdotes Bidentalium esercitavano funzioni connesse con il fulmine ed in effetti Semo Sancus è ricordato come una divinità che aveva il potere di scagliare fulmini [ quelli che cadevano di giorno], inoltre, il Bidental era il luogo sacro dove cadeva un fulmine o dove un fulmine uccideva un uomo. Infine, dall’area della chiesa di S. Silvestro fu rinvenuta un’epigrafe con dedica a Juppiter Fulgurator, forse da associare a questo culto.” (3)

Ed ancora:

“In questa fase, il tempio di Semo Sancus Dius Fidius, secondo la notizia di Dionigi di Alicarnasso, dopo la realizzazione di Tarquinio il Superbo [Cecchi 2009, p. 45], fu Consecratus nel 466 a.C. dal console Spurio Postumio Albino come starebbe anche ad indicare un’epigrafe con il nome di quest’ultimo in seguito ad un Senaconsulto.” (4)

“Inoltre nella fase mediorepubblicana, è attestato un intervento nel tempio di Semo Sancus [Palombi 1966, pp. 37 ss]: furono, infatti, collocati nel 329 a.C. all’interno dell’edificio, degli Orbes Aenei ricavati dai beni di Vitruvius Vaccus posti in vendita dopo la sua condanna a morte.” (5)

Sul rapporto tra il dio Fidius e le altre divinità parla Marco Galdi:

“I Semones erano un’altra classe di divinità, il cui significato sfuggiva agli stessi Romani. Varrone li considerava come Semidei. Il Grammatico Fulgenzio, interpretando erroneamente il vocabolario, scriveva: ‘ Semones Dii fuerunt dicti, quos nec caelo adscribebant ob meriti paupertatem, sicut sunt Priapus, Hippona, Vertumnus, nec terrenos eos deputare volebant pro gratiae veneratione.’ Bizzarria etimologica cfr. semi-) di nessun valore. Tra i Semones troviamo ricordati la Salus Semonia e Semo Sancus Dius Fidius che dipende in qualche modo da Dius, cioè da una divinità sovrana, poi congiunta o confusa con Iuppiter), e forse la Dea Dia degli Arvali.” (6)  

Ed ancora:

“Abbiamo già avuto occasione di ricordare Iuppiter Elicius e Iuppiter Fulguro Fulgurator. A proposito di Iuppiter Elicius bisogna aggiungere che il luogo colpito dal fulmine (fulgiritus) era considerato Religiosus, ossia sacro, quod eum Deus sibi vindicasse videtur. Aveva luogo allora una Publica Procuratio, o cerimonia fatta per allontanare il temuto influsso di Prodigia: i Pontefici circondavano di un Puteal il luogo consacrato dalla presenza del Dio, e un Bidental, ossia il sacrificio di un agnello, poneva fine alla cerimonia del Fulmen Conditum. Il Recinto o Puteal, ond’era circondato il luogo colpito dal fulmine, serviva ad impedire che venisse calpestato. Iuppiter era altresì custode del diritto e del giuramento. La formula Medius-Fidius (Me Dius Fidius), che assunse anche valore di scongiuro, sta a provare lo schietto stampo romano della divinità. Sotto la protezione di Dius Fidius era posto il santuario della Fedeltà (Fides) presso il Sacello di Iuppiter Lapis sul colle palatino.” (7)  

 La Triade Romana Primitiva [ Iuppiter Grabovius – Mars Grabovius – Vosionus Grabovius ] assegna alla prima funzione Iuppiter ( cone Varuna e Odinn) e Dius Fidius ( come Mitra e Tyr); alla seconda Mars […]; alla terza Quirinus […].” (8) 

Del Dio Fidio parla ancora Vincenzo Cartari Reggiano nel suo libro Imagini De Gli Dei Antichi:

“ […] del Dio Fidio dé Romani, perché come quello [ Giove Horcio ] guardava il giuramento,che fosse vero, & giusto, così questo era sopra al servar la fede, & per questo era dorato, % trovasi fra le cose antiche di Roma fatto in questa guisa Egli è un pezzo di marmo intagliato a modo di fenestra, ove sono scolpite tre figure dal mezo in su, delle quali l’una, che è dalla banda destra, è di huomo in habito pacifico, & ha lettere a canto, che dicono HONOR: l’altra dalla sinistra parte è di donna del nel medesimo habito, con una corona di Lauro in capo, & con lettere, che dicono VERITAS. Queste due figure si danno la mano destra l’un con l‘altra, tra le quali è la terza del fanciullo, che ha la faccia bella, & honesta, cui sono intagliate sopra il capo due parole DIUS FIDIUS.” (9) Nella immagine sottostante la tavola di marmo di cui parla V. Cartari Reggiano.

Publio Vittore trattando delle religioni a Roma parla del tempio di questo dio, che secondo lui, fu edificato sul colle Quirinale da Marcello, e dell’origine di questo culto a Roma:

“Divo Fidio – Santo & Fidio erano Dei dei Sabini, i quali essi venendo a stare a Roma, portarono da casa loro insieme con tutti i loro arnesi sul monte Quirinale. & Dicevano che in parole questa deità era in tre Deità: ma in tutti era una sola Deità. Edificato per tanto un tempio solo a essi tre: si appellavano con un solo nome di Santo.” (10)

A Roma vi era forse un altro santuario o altare (ara) dedicato a Semo Sancus sull'Isola del Tevere, vicino al tempio di Iupiter Iurarius, oltre quello situato sul colle Quirinale. Questo altare recava l'iscrizione vista e travisata da S. Giustino (Semoni Sanco Deo, letta come: Simoni Deo Sancto), ed è stato scoperto nell'isola Tiberina nel mese di luglio del 1574. L’altare si è conservato nella Galleria Lapidaria dei Musei Vaticani, primo scomparto. Lanciani avanza l'ipotesi che, mentre il santuario sul Quirinale era di origine sabina, quello sull'isola Tiberina era latino.

Sulla funzione di “Archivio” del tempio del dio Fidio posto sul colle del Quirinale dei documenti inerenti i trattati internazionali parla Mela Albana:

“Uno fra i più antichi trattati di cui si ha notizia, quello stipulato da Tarquinio con Gabii iscritto su uno scudo di legno coperto dal cuoio del bue sacrificato per il giuramento, si trovava nel tempio di Dius Fidius, cioè Sancus, sul Quirinale. Non appaiono casuali né l’uso del materiale, in verità unico, su cui sono in-cise le formule, né la scelta del luogo dove è conservato il prezioso documento:il primo era dettato da precise circostanze rituali, la seconda dalla funzione di Dius Fidius che, come Iuppiter, presiedeva ai giuramenti, e quindi ai foedera.” (11)

IL CULTO ED IL TEMPIO DEL DIO FIDIUS A CATANIA

La presenza del culto del dio Fidio a Catania e l’esistenza di un tempio, con specifiche caratteristiche architettoniche di forma triangolare i cui resti erano esistenti fino al XVI secolo,  a lui dedicato nell’area che, oggi, è prospiciente il porto di Catania, pongono più di un interrogativo sulla presenza di questo culto religioso a Catania, attribuibile inizialmente, secondo alcuni autori, ai Siculi tenendo conto del loro arrivo in Sicilia nella data che viene dai più ritenuta la più attendibile: il 1050 a.C..

Della presenza del tempio e del culto del dio Fidio a Catania parla Vincenzo Bondice:

“Fu venerato questo Dio, che presiedeva ai Giuramenti della Bona Fede. Catania sia che lo abbia ricevuto dai Romani, sia che lo abbia conosciuto dai Calcidesi suoi fondatori, egli è certo che un tempio di Fidio eresse, secondo Grossi e Carrera, nel luogo vicino al Porto Saraceno, detto dell’Arcora, dai vicini acquedotti arcuati come osserva Amico. Era questo tempio grandioso anzi massimo chiamato dall’Arcangelo, di forma triangolare. Esistono molti avanzi sotterranei, il resto fu rovesciato al suolo per ordine di Govanni Vega Viceré di Sicilia nella occasione di costruirsi le mura attorno la città. Ci rapporta Fazello che nel 1554 scavandosi il lido del Porto Saraceno presso questo tempio, fu rinvenuta una lapide marmorea dedicata al Dio Fidio, cui i Greci chiamavano Trinomio, perché con tre nomi appellato, e ci assicura, che questa lapide, dove era anche sculta l’immagine di questo dio, fu trasportata a Palermo nel palagio di Alfonzo Roys, che con massimo piacere in quei tempi ammiravasi dagli intendenti di archeologia.” (12)

Del tempio del Dio Fidio a Catania parla il Carrera, che al proposito così:

“Trattar dovendosi del tempio di Fidio Dio, ch’hebbe tre nomi, riverito da’ Catanesi farò principio dall’autorità del Fazello, che in tal modo si legge. Nuper anno salutis 1554. Mense maio apud Catana in sodiendo littore apud Portum cognomento Saracenum, in tabula marmorea quadripedati Fidius apud Graecos trinomius veteris superstizionis deus tribus his nominis appellatur Semipater, Fidius, & Sanctus, & his alijs Honor, Veritas, & Amor sub tribus imaginibus sculptus fuit repertus. Honor scilicet, & Veritas manus dexteras iugentes, ille aperto capite, haec pallio vittata, & Amor medius adolescens utrumque complectens. Huius festum nonis iunij Romani celebrabant, per hunc iurabant, seque obligabant dicentes, Medius Fidius, de quo in sexto fastorum libro fu sé scribt Ovidius, & Plautus in Asinaria.”. I versi d’Ovidio son questi.

Quaerebam nonas Sancto, Fidio ne referrem,

An tibi Semipater, tunc mihi Sanctus ait.

Cuicumque ex illis dederis. Ego munus habebo;

Nomina terna fero; sic voluere Cures

Il luogo di Plauto è tale. Nam Fidius Deus est, qui fidei praest, dum dicitur per Deus Credis, iurato mihi. Il medesimo Fazello nell’additione dell’opera facendo ricordo dell’istessa statua del Dio Fidio trasportata in Palermo così dice. Fidius is marmoreus Panormum postea exportatus in aedibus Alphonsi Roys Siciliae Prothonotarij, & totius antiquitatis studiosissimi maxima cum voluptate ab erudis hodie cernitur. L’Arcangelo, nella cui fanciullezza fu trovato il marmo, narra che nel lito del Porto Saracino era una torre, tempio triangolare antichissimo; questo edificio da Govanni  di Vega Viceré di Sicilia fu spianato per fondarvi la nuova muraglia, la qual’hoggi si vede, A’ fortezza della città, della qual torre, o’ Tempio ( ei dice) infino al presente ne son rimaste grandissime moli di pietre buttate in mare presso la muraglia. Dir si può, che nella torre vi stesse il Tempio, o’ Sacrario del Dio Fidio; tal fù quel di Pallade nel castello di Troia, del quale se ne ricorda Virgilio. Ma ne sopra citati versi d’Ovidio i testi più corretti in vece di Sancto, e Semipater hanno Sanco, e Semicaper. Di qua ritruovo Hercole Sanco, e Fidio Semone Sanco; dicesi ancor Sango dal dio dé Sabini; l’asserisce il Rhodigino a’ fede di Dionisio di Halicarnasseo, nel cui testo, se non è scorretto, si legge Samo. I Greci lo dicon Pistio, e dinota l’istesso, che Fidio, ma la prolazione delle parole Medius Fidius è quasi la forma del giuramento, del che mi riserbo a’ dirne altro nel 3. Libro.” (13)

Del tempio del dio Fidio parla anche Vito Amico, riportando quanto scrive il Fazello:

Scrive il Fazello che nel mese di maggio dell’anno 1554, mentre si stava scavando nel Porto Saraceno, in prossimità della spiaggia, fu rinvenuta una tavola marmorea, della dimensione di quattro piedi, votiva dei devoti dell’antica superstizione verso gli dei, ovvero idoli, dov’erano scolpite tre immagini ornate da questa iscrizione: Amore, Onore, Verità. L’Onore e la Verità si tenevano per mano, il primo con il capo scoperto e l’altra cinta da pudica veste. L’Amore, posto al centro dei due, si abbracciava ad entrambi. Sul ritrovamento di questa tavola marmorea ci siamo soffermati altrove e fra le tante interpretazioni abbiamo a torto criticata quella di Giorgio Gualterio.” (14)

Del dio Fidio parla anche Giovanni Florio Castelli:

“Tempio di Fidio – Icone di Santa Maria la Lettera – Fidio Dio della Fede; questo Dio aveva similmente culto in Catania. Il tempio di forma triangolare era in quel sito di città, che anticamente si chiamava dell’Arcora. Dice Arcangelo che era un Tempio Grandioso. Il Viceré di Sicilia Giovanni Vega lo fece atterrare, onde costruirsi le mura della città. Ciò avvenne nell’anno 1552. Era il tempio ove al presente si vede sulle sue mura eretto il Palazzo Vescovile a levante. Vi fu eretta una bellissima Icone consacrata a Maria Santissima la Lettera. Oggi è stata decorata ed abbellita con fregiate pietre calcaree e attira la pubblica venerazione e devozione. Museo – Fazello scrive che facendosi dei scavi ove era il tempio fu rinvenuta una lapide marmorea dedicata al Dio Fidio con la immagine di lui sculta. Fu trasferita a Palermo nel palagio del sig. Alfonzo Roys Antiquario Generale di Sicilia.” (15)

Ed ancora sul dio Fidio scrive Mariano Foti:

“Scendendo per via Porticello, troviamo a destra, a oriente del Palazzo Arcivescovile, un Tempietto dedicato alla ‘ Madonna della Lettera’. L’Effige Mariana che vi si venera si deve al delicato pennello del Sacerdote Francesco Gramignani che la dipinse ad olio nel 1764. Dove ora sorge questa sacra Icone, c’era anticamente il tempio di Fidio, fatto abbattere dal Viceré Vega nel 1552 proprio in vista della edificazione delle mura cittadine. Lo conferma anche un reperto archeologico. Infatti, da scavi effettuati sul posto nel maggio del 1554, venne alla luce, come scrive il Fazello, ‘ Una tavola di marmo larga circa quattro piedi, su cui erano effiggiati in altorilievo l’Onore, la Verità e l’Amore: era l’avanzo di un’edicola al Dio Fidio, divinità greco-italica, che presiedeva ai giuramenti’. Quel culto avveniva al Porticello perché i partenti non dimenticassero le promesse fatte. Dius Fidius era un appellativo di […] (Zeus Pistios) cui era attribuita la tutela della fedeltà; era anche identificato con Semo Sancus divinità umbro-sabina.” (16)

Le mura esterne del palazzo arcivescovile di Catania nelle quali è incastonata l'edicola della Madonna della Lettera, nel luogo dove sorgeva il tempio del dio Fidio

Primo piano dell'edicola della Madonna della Lettera

Il quadro raffigurante la Madonna della Lettera

LA SPECIFICA CARATTERISTICA ARCHITETTONICA TRIANGOLARE: ELEMENTO DISTINTIVO DEL TEMPIO DEL DIO FIDIO?

Una costante architettonica che viene riportata nei lavori in cui si parla di templi del dio Fidio, è la forma triangolare che avevano tali costruzioni; questa caratteristica induce considerare con attenzione le notizie che parlano di costruzioni triangolari, potenzialmente collegabili ad un tempio del dio Fidio. Di una di tali costruzione esistenti sul Monte Cardillo, oggi in territorio di Misterbianco, parla Ignazio Paternò Principe di Biscari:

“Nell’uscire dalla Terra di Misterbianco sulla destra della strada, che porta in Catania, si vede un Monte di acuta figura, volgarmente chiamato Monte Cardillo. Se il Viaggiatore vorrà durar la fatica di farne la salita, troverà sulla cima di esso gli avanzi di edificio triangolare, costrutto di grosse pietre quadrate, oggi nella maggior parte levate; di cui non restano, che circa 12. Palmi di elevazione. Ogni facciata è di 30 palmi, ed ha due angoli acuti, ed il terzo tagliato. Non si osserva in questo residuo vestigio alcuno di porta, che forse fu tant’alta, che v’abbisognava una scala posticcia. Faccia il Viaggiatore le sue riflessioni, a quale uso avesse potuto essere impiegato questo edificio; e nello stesso tempo goderà la più superba veduta, scoprendosi gran tratto del mediterraneo dell’Isola.” (17) 

Di una costruzione molto antica avente le stesse caratteristiche architettoniche triangolari parlano Vincenzo Epifanio e Alberto Gulli, di un rinvenimento a Lentini, avvenuto il 30 novembre 1542, documentato da un codice che tratta della cronaca siciliana del XVI secolo:

 In la chitati di Lentini roynau grandissima quantitati di casi et palacsi, premaxime in lo quarteri di lo Tiruni et di Castellonovo; dictu castellu quasi tuctu roynao. Foro morti in numero di persuni septanta et chuj. In lo dicto quarteri di lo Tiruni undi e lu castellu roynau parti, et premaxime una turri triangolari maxima; la mitati roynau tucta et la mitati restao abbuccata: la quali si dichia essiri antiquissima et edificata innanti Ruma.” (18)

 I resti della costruzione triangolare sul monte Cardillo di cui parla il Biscari in un disegno di Houel

BIBLIOGRAFIA

  1. Dominique Briquel – Sul buon uso del comparativismo indoeuropeo – in Esploratori del pensiero umano – Georges Dumezil e Mircea Eliade – a cura di Julien Ries e Natale Spineto – Jaca Book – Milano 2000 – p. 42.
  2. Enrico Montanari – Georges Dumezil e la religione romanaarcaica – in Esploratori del pensiero umano Georges Dumezil e Mircea Eliade – a cura di Julien Ries e Natale Spineto Jaca Book – Milano 2000 – p. 91.
  3. Marco Abbruzzesi – La ricostruzione dell’assetto topografico della VI Regio Augustea di Roma dal periodo repubblicano all’età tardoantica  tesi di dottorato di ricerca in storia antica, relatrice Prof.ssa Francesca Generini – Università di Bologna 2013 p. 47.
  4. Marco Abbruzzesi, cit. p. 49.
  5. Marco Abbruzzesi, cit. , p.56.
  6. Marco Galdi – La religione dei Romani – in Storia delle religioni – quinta edizione riveduta a cura di Giuseppe Castellani S.I. – U.T.E.T. – Torino 1962 vol. II – pp. 596-597.
  7. Marco Galdi, cit., pp. 610-611.
  8. Marco Galdi, cit., p.669.
  9. Vincenzo Cartari Reggiano – Imagini De Gli Dei Delli Antichi – Padova 1615 – p. 143.
  10. Publio Vittore – Delle Religioni & Dé Luoghi di Roma.
  11. Mela Albana – I luoghi della memoria a Roma: Templi e Archivi – Annali della Facoltà di Scienze della Formazione Un. CT. – pp. 16-17.
  12. Vincenzo Bondice – Gli antichi monumenti di Catania – Estratto dal giornale “ Il mondo del culto 1859 e 1860” – Palermo 1860 – pp. 21-22.
  13. Pietro Carrera – Delle Memorie Historiche della Città di Catania – Catania MDCXXXIX – vol. primo, pp. 49-50.
  14. Vito Amico – Catana Illustrata – traduzione di Vincenzo Di Maria – Carmelo Tringale Ed. – Catania 1990 – vol. II, pp. 281-282.
  15. Giovanni Florio Castelli – memorie storiche intorno la distruzione dei vetusti monumenti in Catania – Catania 1866 – pp. 17-18.
  16. Mariano Foti – Civitas – Scuola Salesiana del Libro – Catania 1974 – pp. 187-188.
  17. Ignazio Paternò Principe di Biscari – Viaggio per tutte le antichità della Sicilia – Nella Stamperia Simoniana – Napoli MDCCLXXXI – pp. 61-62.
  18. Vincenzo Epifanio- Alberto Gulli – Cronaca Siciliana del secolo XVI – Dal Codice della Biblioteca Comunale di Catania – Palermo 1902, p. 165.

Bibliografia Generale

  1. Mario Attilio Levi - Ercole e Semo Sanco (Properzio, IV, 9,70 ss.) - Napoli - Macchiaroli - 1989 –
  2. - E. Jannettaz - Étude sur Semo Sanctus Didius - Parigi - 1885 –
  3. - G. Wissowa in Roschers Lexicon - Semo Sancus - Religion und Kultus der RömerMunich - 1912 –
  4. - Plinio Naturalis Historia XVIII –
  5. - Roland G. Kent - "Studi nelle tabelle iguvine" - in filologia classica - 1920
  6. - Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -

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