giovedì 7 gennaio 2021

La rappresentatività territoriale del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia

Sul travagliato periodo intercorso tra la preparazione dello sbarco degli Alleati in Sicilia e le vicende che portarono la Sicilia ad ottenere lo Statuto Autonomo Speciale numerosi e qualificati autori hanno scritto autorevolmente, fornendoci una enorme quantità di dati relativi alla organizzazione ed alle lotte condotte in Sicilia sia dal M.I.S. che dall’E.V.I.S. ed all’attività dei nuovi partiti italiani che permettono, a chi ha interesse, voglia e pazienza di leggerli, una lettura organica di quelle vicende. Il presente, sintetico articolo ha il solo scopo di evidenziare alcuni dati relativi alla rappresentanza del M.I.S. nei vari contesti territoriali isolani all’indomani dell’approvazione dello Statuto Autonomistico Speciale della Sicilia, in occasione delle elezioni politiche del 2 giugno 1946. Abbiamo ritenuto, dato il limitato orizzonte in cui si proietta il presente articolo, di mettere in evidenza i dati relativi ai comuni in cui il M.I.S. è stato più rappresentativo ed i comuni in cui, invece, è stato meno rappresentativo. I dati sono stati organizzati in 9 tabelle distinti per singola provincia assieme a due tabelle generali riassuntive per l’intera Sicilia. Ci è stato particolarmente utile il testo di Aurora Corselli e Lidia De Nicola Curto “Indipendentismo e indipendentisti nella Sicilia del dopoguerra” - Vittorietti Editore – Palermo 1984. L’iniziale raggruppamento dei dati elettorali potrebbe, in un successivo e più approfondito studio, essere correlabile alla individuazione delle condizioni socio-ambientali e dei soggetti che, per i loro ruoli o per la loro influenza su alcune comunità, potrebbero aver determinato dei risultati particolarmente rilevanti in ampia o bassa rappresentatività del M.I.S. nelle elezioni politiche del 2 giugno 1946.

Appare comunque utile mettere in evidenza la composizione del nucleo politico centrale del M.I.S., così come viene descritto da Giuseppe Carlo Marino nella sua prefazione al testo della Corselli e della De Nicola Curto, precedentemente citato. Dice Giuseppe Carlo Marino: “La compiuta ‘radiografia’ della membership separatistica, realizzata dalle due studiose palermitane, mette inequivocabilmente in evidenza, ai vari livelli delle ‘ forze attive’ analizzate, la schiacciante preponderanza di esponenti del ceto agrario privilegiato e della borghesia medio-alta degli affari e delle professioni, in un contesto dinamizzato da una vivace, pittoresca, e talvolta tumultuosa, presenza giovanile ( studenti medi e universitari, in un periodo nel quale, a parte le eccezioni, era vistosissimo il carattere elitario e di classe della scolarità superiore), al segno di ‘ideali’, dai contenuti quasi sempre ineffabili, e comunque eterogenei e contraddittori, talvolta adottati per comodo politico ed enfatizzati con astuto calcolo. Ecco, in dettaglio, il dosaggio autentico delle forzeche costituivano l’area del protagonismo separatistico: ‘ ben il 44,80 % della militanza era costituito da agrari (23,27 %) e professionisti (21,52)’. Questo blocco – scrivono ancora le due studiose – affiancato e per qualche verso integrato dall’apporto minoritario di elementi del settore industriale (4,24 %), di artigiani (4,17 %), di commercianti e simili (8,05 %) e di impiegati (6,81 %), aveva l’opportunità di avvalersi di una massa di manovra costituita dagli studenti ( 22,40 % ). […] I ceti popolari, in tutta la loro variegata composizione sociale, dagli operai (2,34 %) ai contadini (1,90 %), all’eterogenea categoria degli addetti ai servizi (1,02 %) costituiscono una porzione minima, pressoché insignificante, dell’universo di militanza separatista registrato dal nostro campione.”

In questo articolo non può essere approfondita la problematica volta ad individuare le scaturigini e le ragioni dell’iniziale vasto successo del movimento separatista. Andrebbero in altra sede valutate, ad esempio, le valutazioni contenute nel rapporto del Generale dei Carabinieri Amedeo Branca del 18 febbraio 1946 diretto al Comandante Generale dei Carabinieri Brunetto Brunetti, nel quale si affermava che: “[…] è noto che il movimento separatista e la maffia hanno fatto causa comune e che i capi del movimento, di cui si è discorso, si debbono identificare per lo più fra i capi della maffia dell’isola […]”. Così come sono da valutare attentamente le affermazioni di Palmiro Togliatti nel suo discorso ai dirigenti della Federazione Comunista messinese del PCI, l’11 novembre 1947, citate da F. Renda nel suo testo ‘La Questione Siciliana’, laddove il leader comunista sottolineava il ruolo democratico di un’ampia parte della ‘piccola e media borghesia’ che si ritrovò sul fronte delle rivendicazioni di Finocchiaro Aprile, in conseguenza degli eccessi commessi dallo Stato e dai partiti nei confronti di tutti coloro che parlavano il linguaggio separatista. Vediamo, adesso, quale fu il risultato politico-rappresentativo del M.I.S. alle elezioni politiche del 2 giugno 1946, i cui dati sono stati tratti e disaggregati dal testo delle due studiose palermitane prima citate.

Provincia di Palermo

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Bolognetta1396129577669,92
2Aliminusa95789324527,43
3Altofonte3168274473626,82
4Caccamo52964652121526,11
5Cefalà Diana73564816926,08
1Balestrate41613662120,32
2Cinisi45553927310,78
3Altavilla Milicia23362105190,90
4Castelbuono69636193621,00
5Chiusa Sclafani36453320401,20

Provincia di Agrigento

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Realmonte2280205592545,01
2Castrofilippo2785256171828,03
3Bivona3314292859420,28
4Casteltermini73646437113217,58
5Grotte5317474060712,80
1Calamonaci1086103930,28
2Cattolica Eraclea57685280170,32
3Cammarata46154163160,38
4Ravanusa91908536430,50
5Camastra1945174790,51

Provincia di Trapani

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Poggioreale1894171237021,61
2Gibellina4171364940010,96
3Calatafimi746664964927,57
4Alcamo239642005511215,58
5Salemi1157391515045,50
1Pantelleria67585551140,25
2Castellammare Del Golfo116699463440,46
3Partanna84097550430,56
4Favignana36513082250,81
5Vita34742965250,84

Provincia di Caltanissetta

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Villalba2558237565027,36
2S. Caterina Villarmosa5764519655910,75
3Niscemi12673116333953,39
4San Cataldo12502109483613,29
5Caltanissetta30735259125252,02
1Riesi110589622690,07
2Bompensiere66862410,16
3Milena2565237780,33
4Acquaviva Platani1755160560,37
5Marianopoli2302213980,37

Provincia di Enna

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Nicosia104479000470452,26
2Piazza Armerina1518212591400031,76
3Agira94677967136717,15
4Sperlinga93481913316,23
5Calascibetta4662398248011,16
1Barrafranca79577188600,83
2Assoro29072566931,40
3Nissoria Pietraperzia747966631562,34
4Villarosa599653531372,60
5Centuripe625752651813,43

Provincia di Catania

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Fiumefreddo Di Sicilia36323220195060,56
2Belpasso68105901192532,62
3Linguaglossa44243540108327,10
4S. Maria Di Licodia3371302776725,34
5Riposto73326410142522,23
1Maletto21872000110,55
2Mirabella Imbaccari45754077421,03
3San Cono18461624301,84
4Camporotondo Etneo521493122,43
5San Gregorio Di Catania13101149282,43

Provincia di Siracusa

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Solarino32012938113338,56
2Floridia89097917216427,33
3Palazzolo Acreide82917208161122,35
4Melilli3979360155815,49
5Sortino6215559182114,68
1Cassaro13331237171,37
2Carlentini664860331612,66
3Buscemi16531459402,74
4Avola13322119493663,06
5Buccheri288126711033,85

Provincia di Ragusa

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Ispica74976805284041,73
2Giarratana271024571285,21
3Monterosso Almo315328461394,88
4Modica24840211739114,30
5Acate286425741104,27
1Chiaramonte Gulfi676460291442,38
2Ragusa29718268776492,41
3Comiso15122133693472,59
4Pozzallo633454491452,66
5Scicli14077124253402,74

Provincia di Messina

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Reitano93486845952,88
2Capizzi2861226681135,79
3Mistretta71106195159225,69
4Forza D’Agrò1702153734022,12
5Graniti1470132326620,10
1Oliveri101295210,10
2Condrò70963210,16
3Leni52347210,21
4Basicò104395730,31
5Mongiuffi Melia1479132660,45

I DIECI COMUNI IN CUI IL M.I.S. E’ STATO PIU’ VOTATO

N.COMUNEPROVINCIAVOTI M.I.S.% M.I.S.M.I.S.-MEDIA PROVINCIALE
1BolognettaPalermo77669,9211,79
2Fiumefreddo Di SiciliaCatania195060,5610,42
3ReitanoMessina45952,885,05
4NicosiaEnna470452,2613,04
5RealmonteAgrigento92545,014,59
6IspicaRagusa284041,735,36
7SolarinoSiracusa113338,569,03
8CapizziMessina81135,795,05
9BelpassoCatania192532,6210,42
10Pizza ArmerinaEnna400031,7613,04

I DIECI COMUNI IN CUI IL M.I.S. E’ STATO MENO VOTATO

N.COMUNEPROVINCIAVOTI M.I.S.%  M.I.S.M.I.S.-MEDIA PROVINCIALE
1RiesiCaltanissetta690,072,29
2OliveriMessina10,105,05
3CondròMessina10,165,05
4BompensiereCaltanissetta10,162,29
5LeniMessina10,215,05
6PantelleriaTrapani140,253,21
7BasicòMessina30,315,05
8MilenaCaltanissetta80,372,29
9Acquaviva PlataniCaltanissetta60,372,29
10MarianopoliCaltanissetta80,372,29

Giovanni Pantaleo, un frate garibaldino

L’impresa garibaldina in Sicilia più volte rinviata per l’esigenza di Garibaldi di avere una qualche certezza della sua riuscita, fu preparata con molta accuratezza e vari furono i velleitari tentativi messi in atto in precedenza da vari personaggi, fra cui Rosalino Pilo, soffocati nel sangue. La documentazione storica che attesta come l’arrivo di Garibaldi in Sicilia avvenne in un contesto in cui vari personaggi e realtà locali erano pronti a sorreggere l’impresa è inequivocabile; certo Garibaldi non era del tutto sicuro della vittoria e più volte rischiò la sconfitta. Ma come a volte accade che il destino o eventi imprevisti risultano, pur nella loro limitatezza di risorse aggiuntive non prevedibili, determinanti per il successo o il fallimento di un’impresa, quando ciò non è escluso che sia avvenuto in seguito alla esplicazione della volontà umana. Nel presente articolo vogliamo porre l’attenzione sul ruolo che potrebbe aver avuto nel successo dell’impresa di Garibaldi in Sicilia l’iniziativa di frate Giovanni Pantaleo. Qualche tempo fa mentre mi trovavo a compiere delle ricerche alle Biblioteche Riunite “Civica e A. Ursino Recupero” ebbi modo di conoscere e dialogare con il pronipote di frate Giovanni Pantaleo, il vulcanologo francese Carlo Laj, che aveva rivestito il ruolo di cappellano militare nell’esercito garibaldino ad iniziare dal 1860.

Dopo l’incontro con il prof. Laj ho approfondito la mia ricerca su frate Giovanni Pantaleo ed ho avuto la possibilità di reperire la sua immagine fotografica.
Approfondendo ulteriormente la ricerca su frate Pantaleo presso le Biblioteche Riunite “Civica e A. Ursino Recupero”, ho avuto modo e fortuna di reperire un prezioso manoscritto di Eugenio Varvaro “La Rivoluzione Siciliana del 1860”, in cui erano riportate informazioni riguardanti il ruolo aggregativo avuto da frate Pantaleo a favore dell’esercito garibaldino.

Nel suo manoscritto Eugenio Varvaro alle pagine 5 e 6 parla così di frate Giovanni Pantaleo:
“Fu qui [a Salemi] che Giovanni Pantaleo, nato a Castelvetrano, frate del convento degli Angeli in Salemi, abbandonato il convento: ad esempio dei fiacchi, a prova che nel nome e nelle aspirazioni alla Patria, la fede può sposarsi alla azione e diventare miracolo d’eroismo, con l’abito francescano si presentò a Garibaldi. E fu tale la convinzione addimostrata nelle sue parole dal fraticello, fu tale l’entusiasmo con cui intendeva combattere tra le fila dei liberatori della sua Patria, che Garibaldi, abbracciandolo gli disse: voi sarete il nostro Ugo Bossi. E Giovanni Pantaleo fu per tutti campi garibaldini per la libertà dei popoli, esercitante, sotto la tonaca del frate per cui indossò la camicia rossa e colla croce in pugno e la spada al fianco, con gran prestigio sulle plebi, cooperando così grandemente alla vittoria.”
Riportiamo l’opinione di Eugenio Varvaro e pensiamo anche noi che, probabilmente, il destino abbia condizionato il corso della storia… servendosi di frate Giovanni Pantaleo.

mercoledì 6 gennaio 2021

Il rapporto dei Carabinieri sulla morte di Canepa

Questo il testo del rapporto sulla morte di Antonio Canepa, capo dell’EVIS (Esercito Vololontari Indipendenza Sicilia) , avvenuta il 17 giugno del 1945 nel territorio del comune di Randazzo  a seguito di un conflitto a fuoco con una pattuglia di carabinieri, spedito all’Alto Commissario per la Sicilia, Salvatore Aldisio, dalla Prefettura di Catania, speditogli il 22 giugno 1945, nella parte che descriveva l’evento, redatto ufficialmente dal Comando Gruppo CC.RR. i cui uomini erano stati impegnati nel conflitto a fuoco in cui aveva perso la vita Antonio Canepa.

Essi [ i carabinieri del posto di blocco] rimasero in attesa dell’automezzo e, solo verso le 8 del 17 detto, videro – ad un centinaio di metri – apparire n mezzo, riuscendo subito a distinguere che non trattavasi dell’autofurgoncino aspettato, ma di un motofurgone. Pensarono che, per necessità sopravvenute. Fosse stato utilizzato questo ultimo mezzo ed a giusta distanza intimarono il fermo. Il motocarro rallentò e stava quasi per fermarsi vicino ai militari quando, improvvisamente, accelerò l’andatura. Il carabiniere esplose un colpo di moschetto in aria a scopo di intimidazione ed il motociclo si fermò subito, dopo aver percorso ancora circa 40 metri. I militari i quali lo avevano raggiunto in corsa, gli furono dappresso. Sulla destra rimase il vicebrigadiere Cicciò, che chiedeva al conducente perché non avesse ottemperato all’intimidazione, sulla sinistra il maresciallo maggiore Rizzotto ed a tergo il carabiniere Calabrese il quale, scorgendo nel cassone i moschetti, gridava < mani in alto >. I cinque sconosciuti non si mossero ed uno di essi sorridendo faceva vedere un pugno di biglietti da mille ammiccando nel rivolgersi al vicebrigadiere Cicciò. Nuova intimidazione di < mani in alto > seguiva al gesto dello sconosciuto. Il maresciallo Rizzotto, nella ferma convinzione che le armi contenute nel motomezzo erano quelle segnalate, ordinò ai militari di non sparare, ma non aveva fatto in tempo a dirlo che un colpo, sparato da una delle persone a bordo, che il carabiniere Calabrese vide distintamente armato di pistola tedesca, lo feriva, mentre altri colpi – una decina circa – partivano dal motomezzo: due attingevano il carabiniere Calabrese ed un terzo smussava la punta della scarpa sinistra del vicebrigadiere Cicciò, ove rimaneva incastrato il proiettile. Approfittando del momentaneo smarrimento dei militari, tre degli individui che si trovavano a bordo, balzarono subito a terra, abbandonando le pistole di cui erano armati, per il lancio delle bombe che tenevano in tasca, bombe non adoperate, evidentemente per la breve distanza che li separava dai militari. Riavutisi dalla inattesa per quanto grave sorpresa, per primo il vicebrigadiere Cicciò, rimasto illeso, e subito dopo gli altri due non gravemente feriti, reagivano dopo essersi tirati un po’ indietro. Colsero bene nel segno avendo il vicebrigadiere aggiustata la sua prima cartuccia colpendo il professore Canepa alla coscia sinistra con il conseguente scoppio di una bomba che lo stesso deteneva, evidentemente in tasca. Intanto il motofurgone, targato Enn . 234, fatto segno ad altri colpi si fermava 680 metri avanti il luogo del conflitto, dopo avere investito il muro della abitazione n. 73 di via Marotta di Randazzo. Approfittarono di questo frangente per dileguarsi il conducente e un altro giovane. Sul mezzo abbandonato vennero trovati, gravemente feriti: il professore, della R. Università di Catania, Canepa Antonio di Pietro e di Pecoraro Teresa, nato a Palermo il 25 ottobre 1908, ordinario di economia politica, comandante dei nuclei di formazione clandestina armata del sedicente esercito volontario di indipendenza della Sicilia (EVIS), in possesso di carta di identità falsa intestata a Presti Ermando fu Isacco, nato a Leopoli. Presentava vasta e profonda ferita alla coscia sinistra, prodotta dallo scoppio della bomba e ferita da scheggia in varie parti del corpo; il suo aiutante, studente universitario Rosano Carmelo di Angelo e di Quartarone Giuseppa, nato a Catania il 17 giugno 1923, colpito gravemente da schegge dello stesso ordigno al torace e all’addome. Il primo decedette poco dopo il suo trasporto nell’ospedale di Randazzo, l’altro la sera stessa. A bordo stavano armi, ordigni, munizioni e valori: due moschetti mitra < Berretta >, due pistole mitragliatrici tedesche, una carabina automatica americana, due moschetti mod. 91, tre pistole automatiche, 24 bombe a mano breda, due bombe a mano sipe, sei bombe a mano tedesche, 345 cartucce varie ed altro materiale di equipaggiamento, nonché la somma di L. 305.000. Gli altri due, feriti dai carabinieri appena scesi a terra, vennero subito soccorsi dal vicebrigadiere Cicciò e ricoverati nel nosocomio stesso dopo essere stati disarmati di due bombe ciascuno. Si poté stabilire che uno di essi, deceduto durante il tragitto, risponde al nome di Lo Giudice Giuseppe […] L’altro, l’unico ferito ancora in vita, è certo Romano Armando […].”

domenica 30 agosto 2020

Il Vescovo di Catania al Concilio di Basilea

Nel corso della consultazione dei documenti dell’Archivio Privato Paternò Castello dei Principi di Biscari, presso l’Archivio di Stato di Catania, abbiamo avuto modo di apprendere dell’esistenza di un sigillo plumbeo che il Biscari riteneva essere stato apposto ad un diploma relativo ad una partecipazione al Concilio di Basilea. Da Catania, il 30 maggio 1772, il Principe di Biscari Ignazio Paternò scriveva al Canonico D. Domenico Schiavo una lettera con la quale lo informava di un “acquisto” fatto per il suo museo di antiquaria, costituito da un sigillo di piombo che gli era stato regalato dal M. Rev. P. Francesco Pasquale da Messina, Provinciale dei PP. Riformati di S. Francesco, che lo aveva prelevato dalla sua raccolta che aveva intitolato “Museum Mendicantis”. Così le parole del Principe di Biscari nella lettera indirizzata a Domenico Schiavo:

“[…] questo buon padre […] al rispettabile grado di provinciale, passando per Catania nelli scorsi giorni di questo mese di maggio […] fammi grazioso dono di uno piombo, che certamente autorizzò alcuno diploma del Concilio di Basilea, trovato nel territorio della vicina terra di Belpasso, in uno podere, chiamato del Petraro. […] Il sigillo in piombo pendeva a un laccio di canapa, o di seta, in cui appressa venisse la missione dello Spirito Santo sopra agli adunati Padri dall’ordine delle figure appresse in questo piombo possiamo congetturare, che questo sigillo formato fosse stato nell’anno 1433, in cui l’imperatore Sigismondo volle trovarsi presente a questo già indetto Concilio; come leggesi [ … ]. (1)

La certezza del Principe di Biscari che il sigillo di piombo avesse chiuso una Bolla autorizzativa di partecipazione al Concilio di Basilea, che di solito veniva racchiusa da un laccio di canapa o di seta, derivava dall’iscrizione che era incisa nel medesimo sigillo: “Sacrosancta Generalis Synodus Basileensis”. (2) La descrizione e la funzione della Bolla e del sigillo di piombo ad essa allegato, vengono specificate nelle parole della Costituzione del Concilio di Basilea: “De Bulla Plumbea: item ut gesta in ipsa Synodo durabiliori testimonio roboyentur, flatuit, & ordinat ipsa Synodus, quod de caetero in litteris suis authenticis utatur Bulla plumbea cum cordula canapis, aut serici, prout varietas causarum, & rerum postula bit, in uno missionis Spiritus Sancti in specie Columbaea, in alio vero lateribus horum verbo rum Sacrosancta Generalis Synodus Basiliensis sculpturas continente decernens eisdem plenam, & omnimodam fidem adhibentam fore.” (3) La copia inviata dal Principe di Biscari a Domenico Schiavo viene riprodotta nell’immagine sottostante.

Il Concilio di Basilea, come si rileva nel Dizionario Treccani, venne convocato nel 1431 da papa Eugenio IV e subito da lui sciolto. I cardinali conciliaristi che sostenevano la superiorità del concilio sul pontefice si opposero allo scioglimento dell’adunanza. La lotta si prolungò con alterne vicende che videro lo spostamento del concilio a Ferrara e a Firenze fino al 1439, quando si giunse alla deposizione del pontefice e all’elezione di Amedeo VIII di Savoia (antipapa Felice V). Grazie all’intermediazione di Carlo VII di Francia, si arrivò a una riconciliazione, all’abdicazione di Felice V e al riconoscimento del nuovo papa Niccolò V come pontefice legittimo (1449). La successiva ricerca bibliografica faceva rilevare come lo stesso evento fosse stato oggetto di una pubblicazione da parte di Domenico Privitera nel 1787 (4)

La datazione del sigillo di piombo viene ipotizzata dal principe di Biscari al 1433, utilizzando come fonte certificante il testo di Ottavio Strada “Le Vite degli Imperadori Orientali”, nonché il testo del Muratori “Annali d’Italia”. (5) Nella sua lettera a Domenico Schiavo il Principe di Biscari fa una precisa descrizione dell’immagine impressa nel sigillo di piombo, ipotizzando quali fossero i soggetti che potevano essere stati i destinatari-latori della Bolla a cui era allegato il sigillo. Così le parole del Principe di Biscari: “Mirasi adunque dalla parte destra di questo Piombo una figura dell’Imperador Sigismondo con corta barba, come il citato Strada rappresenta in una Medaglia l’effige di questo Cesare, coronato di gemmato diadema, terminando in una picciola Croce, avendo nella destra lo Scettro Imperiale, a canto al quale due caratteri si ravvisano, che forse il nome dell’Imperadore racchiudono. Sotto a questo una figura si vede, nella quale pel Cardinalizio Cappello deesi credere rappresentarsi il Cardinal Giuliano Cesarino Romano di nazione Diacono Cardinale di S. Angelo creatura di Martino V., che come Legato del Papa Eugenio IV., presedette a questo Concilio, come lasciò scritto Ludovico Antonio Muratori all’anno 1431. Si diede principio in quest’anno al Concilio Generale di Basilea, Presidente del quale fu a nome del Papa Giuliano Cesarino Cardinale di gran credito in questi tempi. Molte altre figure mitrate rappresentano i diversi Vescovi, che dall’uno e dall’altro lato disposti lasciano nel mezzo i luoghi per i Dottori, e Legati de’ Principi, che in fondo del Piombo si osservano. Nel rovescio di esso, che conservatissimo si mantiene, sta espressa la stabilita, ed ordinata leggenda: Sacrosancta Generalis Sinodus Basiliensis; e nell’orlo chiaro il buco si vede, per cui attraversava il laccio di canape, o di seta, per il quale restava pendente il Piombo al Diploma, non potendosi soltanto distinguere di qual delle due materie fosse stato. […].”. (6) Della Bolla, al pari di altre Bolle spedite in Sicilia da Re Alfonso, interessato a sostenere la celebrazione del Concilio di Basilea se ne conosce il contenuto, in particolare quella spedita al Vescovo di Catania Giovanni Pesce, che così recita: “Quatenus Sacratissima Decreta, & Constitutiones ejusdem almae Synodi iuxta in pagina, & literis ejusdem Plumbea Bulla cum cordulis canapis impendenti, ut moris est, bullatis, nostroque Sigillo munitis, hujusmodi ferie Sacrosancta Generalis Synodus Basileensis in Spiritu Sancto congregata&c.”. (7) Il Biscari non possiede gli elementi conoscitivi che gli possono permettere di capire a chi fosse destinata la Bolla di Re Alfonso a cui era allegato il Sigillo di Piombo di cui si parla; tuttavia egli ritiene che il destinatario fosse certamente uno dei diversi eminenti Catanesi che parteciparono al Concilio di Basilea. Un richiamo al luogo di ritrovamento del sigillo di piombo ed alla sua funzione viene fatta anche da D. Domenico Privitera, confermando quanto afferma il Biscari. (8) Il travagliato percorso del Concilio di Basilea può essere considerata, in qualche modo, la testimonianza delle stratificazioni, contrapposizioni ed aggregazioni politico-religiose che tra dalla fine del XIV secolo fino alla seconda metà del XV si correlarono alla destrutturazione ed alla ricomposizione degli equilibri di potere politico-militare europei. Non del tutto utile la sintetica descrizione che viene fatta del Concilio di Basilea dal Dizionario Storico della Treccani, che qui di seguito riportiamo, in quanto non fu Papa Eugenio IV ad indire tale concilio. La Treccani: “Concilio di Basilea convocato nel 1431 da papa Eugenio IV e subito da lui sciolto. I cardinali conciliaristi che sostenevano la superiorità del concilio sul pontefice si opposero allo scioglimento dell’adunanza. La lotta si prolungò con alterne vicende che videro lo spostamento del concilio a Ferrara e a Firenze fino al 1439, quando si giunse alla deposizione del pontefice e all’elezione di Amedeo VIII di Savoia (antipapa Felice V). Grazie all’intermediazione di Carlo VII di Francia, si arrivò a una riconciliazione, all’abdicazione di Felice V e al riconoscimento del nuovo papa Niccolò V come pontefice legittimo (1449).”  Sulle vicende antecedenti e coeve alla convocazione del Concilio di Basilea la fonte attendibile può essere considerato il testo di Monsignor Marco Battaglini, vescovo di Nocera, edito a Venezia nel 1704. Dalla lettura di tale testo apprendiamo come la sospensione del Concilio di Siena nel febbraio del 1424 per decisione di Papa Martino a seguito di alcune limitazioni imposte, secondo una certa versione ufficiale, ai movimenti dei partecipanti a tale Concilio dalla Città di Siena, indussero il Papa a dichiarare che erano venute meno le condizioni che potevano garantire la libera discussione in tale Concilio; conseguentemente nel febbraio del 1424 Papa Martino sciolse i Concilio di Siena  riconvocandolo, contestualmente, a distanza di sette anni nella Città di Basilea. Lo scisma religioso che da quarant’anni divideva la Chiesa stimolò, nello stesso periodo, la fazione dell’antipapa Clemente Ottavo ad indire un Concilio nella città di Tortosa nell’anno 1429. All’apertura del Concilio di Basilea, nel 1431, le condizioni di salute di Papa Martino non gli permisero di essere presente; cosa per cui incaricò e delegò il Legato Apostolico, Cardinal Cesarini, ad aprire e celebrare tale concilio. Dopo venti giorni dall’apertura del Concilio di Basilea Papa Martino morì dopo tredici anni di Papato. Il suo successore, il Cardinale Veneziano Gabriello, nipote di Papa Gregorio XII ed eletto con titolo di Eugenio IV, riconfermò la delega papale al Cardinale Cesarini ordinandogli di riunire il più presto possibile il Concilio di Basilea. Gli impegni di Stato che in quel momento gravavano sul Cardinale Cesarini non gli permisero di occuparsi personalmente e con la celerità richiesta dal Papa dell’avvio delle attività del Concilio di Basilea; pertanto incaricò l’Arcidiacono di Barcellona, Giovanni di Polimar, ed il Procuratore Generale dei Domenicani, Frà Giovanni di Ragusa, di provvedere agli atti necessari. Il Concilio, altresì detto Sinodo Generale di Basilea, venne così aperto il 19 luglio 1434, ma ben presto le iniziative del Cardinale Cesarini di convocare gli eretici a tale Concilio, senza l’assenso di Papa Eugenio IV determinarono il Papa a sciogliere il Concilio, cosa che avvenne il diciotto dicembre 1434, tramite un Pubblico Editto Papale, convocando, contestualmente, un altro Concilio nella città di Bologna. ( 9 )  Sulle dinamiche e sulle vicende che portarono il Sigillo di piombo nelle mani di P. Francesco Pasquale da Messina, il Biscari ipotizza che esso fosse stato asportato a causa di uno dei frequenti furti che avvenivano nei conventi monasteri e così conclude: “Se interi Codici dunque furono da questo Monastero [ dei Benedettini ] alienati, qual meraviglia può nascere, che la stessa sorte abbian corso le Pergamene, e molto più i loro Piombi, de’ quali non facevasi in quei tempi la convenevole stima ?”. (10)  Dopo il riscontro reso possibile dalle carte trovate presso l’Archivio di Stato di Catania, abbiamo voluto esaminare il contenuto dei Regesti dei Diplomi della Real Cancelleria, riferiti a Catania, presso l’Archivio Storico del Comune di Catania; tale ricerca ci ha permesso di reperire il Regesto di un Diploma riferito alla partecipazione di delegati catanesi al Concilio di Basilea, il cui testo originale si trova presso l’Archivio di Stato di Palermo. Si è quindi proceduto a richiedere, per motivi di studio la copia digitale del Diploma di cui trattasi all’Archivio di Stato di Palermo che, cortesemente lo ha inviato, ne ha autorizzato la pubblicazione e che noi riportiamo nell’immagine che segue.

Il luogo in cui venne ritrovato il sigillo plumbeo viene indicato con il nome “Petraro”, sito in territorio di Belpasso che il Biscari ritiene essere il luogo in cui sorgeva Hybla:

“Allontanandosi due in tre miglia da Paternò, entrerà il viaggiatore nel territorio di Belpasso, grossa popolazione appartenente al Principato di Paternò. Quivi in un territorio, chiamato il Petraro, troverà un poggio non picciolo, circondato di forti muraglie, e fortificato con torri. Sulla sommità di esso vedrà le rovine di un edifizio quadrolungo, che mostra aver sostenuto alcune volte; e vicino a quello le rovine, che sembrano di alcun tempio. Tanti monumenti che il viaggiatore ha osservato, così tra loro vicini lo faranno confermare nella idea, che qui fosse stata una città di gran nome, e si accorderà facilmente coi molti autori, i quali vogliono, che nelle vicinanze del presente Paternò fosse stata la mitica Ibla, contraddistinta dall’altre col nome di Maggiore.” (11)

BIBLIOGRAFIA

  1. Archivio di Stato Catania – Archivio Privato Paternò Castello dei Principi di Biscari [1094/P] [1041/*] – Appunti manoscritti e copia di lettere di Ignazio Paternò Castello su vari monumenti – carta n. 324:
  2. Lettera di Ignazio Paternò Principe di Biscari al signor Canonico D. Domenico Schiavo sopra un piombo del Concilio di Basilea – in Opusc. Sic., t. XIV – in Opuscoli di Autori Siciliani – tomo quartodecimo – alla grandezza di Giovanni Ventimiglia – in Palermo MDCCLXXIII – pp. 212-213.
  3. Lettera di Ignazio Paterno, cit. 213.
  4. Ignazio Paternò Castello II, di questo nome, e V. Principe di Biscari nacque da Vincenzo Paternò, ed Anna Scammacca l’anno 1719, in Catania […] – da Privitera Domenico – Elogio d’Ignazio Paternò Castello Principe di Biscari – Catania 1787, p. 16.
  5. Lettera di Ignazio Paternò, cit. pp. 214-215.
  6. Lettera di Ignazio Paternò, cit. pp. 215-216.
  7. Lettera di Ignazio Paternò, cit. p. 217.
  8. Domenico Privitera – Elogio d’Ignazio Paternò Castello Principe di Biscari – Catania MDCCLXXXVII – pp. 65-66.
  9. Marco Battaglini – Istoria Universale di tutti i Concilii Generali e Particolari celebrati nella chiesa – Presso Andrea Poletti Editore – Venezia 1704.
  10. Lettera di Ignazio Paternò, cit. p. 224.
  11. Ignazio Paternò Principe di Biscari – Viaggio per tutte le antichità della Sicilia – Napoli 1781 – 60-61.

venerdì 21 agosto 2020

Un misterioso tunnel segreto sotto piazza Duomo

Nel mentre stavo conducendo una ricerca volta ad individuare l’esistenza di antichi monumenti e la topografia del sito delimitato dall’odierna Piazza Duomo e da Piazza Università a Catania, mi imbattevo in alcuni documenti ed in una mappa, depositati presso l’Archivio di Stato di Catania, che descrivevano un corridoio sotterraneo di cui non si aveva notizia, in parte collocato nel sottosuolo tra l’odierno Palazzo Degli Elefanti e Palazzo Dei Chierici in piazza Duomo, che collegava in passato i due siti. La mappa relativa a questo corridoio sotterraneo, unitamente alla didascalia descrittiva dei singoli punti e ad altre indicazione connesse alle motivazioni per cui fu redatta tale mappa, vengo di seguito riprodotte e riportate. (1)

Rilevata l’esistenza dei documenti sopra riportati che certificavano in modo inoppugnabile l’esistenza di questo percorso sotterraneo, prima descritto, procedevo ad ampliare e circoscrivere una ulteriore ricerca mirante a reperire documenti, note storiche o scritti che testimoniassero eventuali notizie o testimonianze di tale percorso sotterraneo. Per avere una prima visione d’insieme delle possibili fonti ove ricercare notizie fornite dagli storici e studiosi dei secoli precedenti al XIX, abbiamo inizialmente consultato il testo di Guido Libertini “ L’indagine archeologica a Catania nel secolo XVI e l’opera di Lorenzo Bolano”, pubblicata in ASSO 1921, edito nel 1922. Dalla lettura di tale testo non sono emerse notizie specifiche, relative alle notizie pubblicate in quel secolo, che fossero direttamente collegabili al sottosuolo dell’odierna Piazza Duomo di Catania; un’indicazione generica è riferita agli studi dell’Arezzo.

Seguendo una sequenzialità cronologica delle notizie trovate nel corso di tale ricerca, abbiamo trovato una prima notizia che ci proviene da un testo di Vincenzo Bondice, che scrive nel 1860, riportiamo:  “ Ebbe altresì Catania innalzato un tempio alla dea Proserpina  Luna. Era l’anno 1772 e scavavansi le fondamenta del Senatorio Palagio [ di Catania], quando per quel sito, che tramontana guarda, gli avanzi di un tempio si scoprivano e numerose colonne di marmo colle basi e moltissime pietre intagliate. Di faccia al portico dell’anzidetto Palagio a settentrione circa 30 palmi siciliane distanti, si scopersero di più alcuni sotterranei viali capaci a comunicarvi comodamente un uomo; che questi viali siano stati acquedotti, si scorgea dalla disposizione delle fabbriche che givano a terminare senza che terminassero i viali. Pare dunque indubitato, che questo luogo sia stato di quei penetrali, destinati agli oracoli, che comunicavansi dai sacerdoti Gentili ai popoli, per ministero di un foro, che avevano le statue degli dei dalla parte deretata sino al labbro di esse simili a quelle, che osservai l’anno 1842 negli antichi templi della elegantissima città di Pompei. Volevasi dal principe di Biscari che se ne fosse continuato lo scavo, ma fu impedito dal proseguimento della grandiosa fabbrica del sunnomato Senatorio Palagio. Il Bolano, l’Arcangelo, Carrera, ed Amico portavano opinione che in questo luogo fosse il tempio o Foro della Luna, o Proserpina per cui sin l’età dei medesimi questa piazza, o Piano della Luna è chiamato. – Noi diciamo Piano del Lunedì o di Luni poiché ogni giorno di lunedì hassi in questa piazza un abbondante mercato. (2) Dalle notizie forniteci dal Bondice dovremmo, quindi, concludere che il percorso sotterraneo descritto nei documenti trovati all’Archivio di Stato di Catania iniziasse dal sottosuolo di quello che un temo fu il tempio dedicato alla dea Proserpina.

Altri elementi descrittivi dell’odierna Piazza Duomo e dei monumenti che un tempo vi esistevano, che ci aiutano a capire la topografia complessiva del sito, possiamo trarli da un testo di Giovanni Florio Castelli, che scrive nel 1866, riportiamo: “Le Terme nominate Achillee formavano la magnificenza in Catania ai tempi dei Romani. Vasto era l’edificio ed ammirabile. Rovinate le camere, distrutti i muri, spezzate le iscrizioni le colonne, ed altri ornamenti furono per molti secoli abbandonati (22). Si eresse la gran chiesa della Vergine e Protomartire catanese S. Agata per opera del Conte Ruggeri nell’anno 1091 su di alcune rovine delle Terme Achillee, e non ostante la distruzione, e le fabbriche della chiesa sotto la stessa esistono ancora diverse camere nelle quali si scende dal cimitero. Il Seminario dei Chierici pure fu eretto su altre rovine delle Terme, e così il gran palazzo della Loggia, oggi Casa Comunale della quale si è fatto cenno, parlando del Tempio della Dea Luna, nelle note. [ … ] Era l’anno 1772 e scavavansi le fondamenta del Senatorio Palagio, quando per quel sito, che tramontana guarda, gli avanzi di un tempio si scoprivano e numerose colonne di marmo colle basi e moltissime pietre intagliate. Di faccia al portico dell’anzidetto palagio a settentrione cira 30 palmi siciliane distante, si scopersero di più alcuni sotterranei viali capaci a comunicarvi tranquillamente un uomo; che questi viali siano stati acquedotti, si scorgea dalla disposizione delle fabbriche che givano a terminare senza che terminassero i viali. Pare dunque indubitato, che questo luogo sia stato di quei penetrali, destinati agli oracoli, che comunicavansi dai sacerdoti Gentili ai popoli, per ministero di un foro, che aveano le statue degli dei dalla parte deretata fino al labbro di esse simili a quelle, che osservai l’anno 1842 negli antichi templi della elegantissima città di Pompei. [ … ]”. (3)

Anche Guglielmo Policastro ci fornisce altri elementi conoscitivi del sito di Piazza Duomo a Catania: “La Santa [Sant’Agata] usciva dalla porta maggiore della cattedrale: posta sul fercolo, si partiva dalla grande piazza – Platea magna – e per la via sacra ( aperta nel 1622, con la demolizione di un’antichissima muraglia tra il palazzo Senatorio, allora di fronte alla Cattedrale, e quello vescovile, attaccato al Duomo e che si distendeva sino alla metà dell’ex Seminari  dei Chierici) entrava per la Porta dei Canali e di Carlo V, situata sotto il balovardo di S. Agata[…].”.(4)

Ed ancora da un manoscritto di Girolamo Pistorio ricaviamo notizie riferite ad alcuni condotti sotterranei esistenti a Piazza Duomo a Catania: “ Rispetto al Portico di esso nuovo Senatorio Palazzo a settentrione non più di quattro canne lontane si scopreano alcuni sotterranei viali, capaci a camminarvi comodamente un uomo – che non erano per acque si vedea dalla disposizione delle fabbriche, che givano a terminare – io avrei battezzato questo luogo per uno di quegli antri designati agli oracoli, de’ quali tratta il celebre Candela. Sia come si voglia, che Proserpina, da altri Luna chiamata siasi venerata da Catanesi Gentili si a dalle medaglie istesse di Catania – Ma chi saria curioso d’osservare esattamente questa rimasuglia di antichità, bisognerebbe, che faccia riscavare il terreno riempito di terra.”. (5)

L’area di piazza Duomo a Catania è stata interessata dall’indagine archeologica realizzata tra il 1975 ed il 1978 dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Catania, guidata dal Prof. Giovanni Rizza, con articoli del Prof. Filippo Giudice e dell’Architetto Francesco Tomasello, che furono pubblicati nel n. 18 del 1979 di “Cronache di Archeologia”. In particolare Francesco Tomasello nel suo articolo “Catania, Piazza Duomo. Contributo per la restituzione dell’impianto urbano della città settecentesca”, pubblica la mappa planimetrica sotto riportata in cui sembrerebbe chiaramente evidenziato il tratto finale del sotterraneo che collegava il sito dell’odierno Palazzo Degli Elefanti con il sito dell’odierno Palazzo Dei Chierici, in prossimità di quest’ultimo. (6) L’indagine archeologica venne avviata in seguito all’affioramento dei resti di imponenti strutture murarie, emerse a seguito degli scavi effettuati a piazza Duomo per realizzare il completamento della rete fognante, realizzando il collegamento con i collettori fognari provenienti da Porta Uzeda, via Vittorio Emanuele e via Etnea. L’indagine archeologica non poté, però, proseguire autonomamente, dovendo espletarsi nell’ambito degli scavi effettuati per completare la rete fognaria, come testimoniato dal Prof. Giovanni Rizza:  Purtroppo le difficili condizioni del terreno non permisero un adeguato ampliamento dell’indagine, che forse avrebbe potuto dare qualche preziosa indicazione sui sottostanti livelli di età romana, e su eventuali strutture da mettere in rapporto con gli impianti termali che si conservano sotto la cattedrale. Fino circa a tre metri di profondità lo scavo infatti incontrò ancora strati di età medioevale [ … ]”. (7)

BIBLIOGRAFIA

  1. Archivio di Stato Catania – Tribunale Civile Catania – Planimetrie, Piante Topografiche allegate alle perizie 1820-1889 – Busta n. 20 – fasc. n. 4 – p. 19 – Pianta Topografica ad acquerello del sotterraneo tra il Seminario dei Chierici ed il Comune di Catania ( Platania Musumeci Corsaro Giovanni – Nicotra Gaspare ) anno 1837.
  2. Vincenzo Bondice – Gli antichi monumenti di Catania – Estratto dal giornale “ Il mondo del culto” 1859 e 1860 – Palermo 1860 – pp. 14-15.
  3. Giovanni Florio Castelli – Memorie storiche intorno la distruzione dei vetusti monumenti di Catania – Stabilimenti tipografico Caronda – Catania 1866 – pp. 21-22 .
  4. Guglielmo Policastro – Catania prima del 1693 – S.E.Internazionale – Catania 1952 –p. 12.
  5. Girolamo Pistorio – Manoscrito presso la Biblioteca Ursino Recupero di Catania – p. 2.
  6. Francesco Tomasello – Catania, Piazza Duomo. Contributo per la restituzione dell’impianto urbano della città settecentesca – in Cronache di Archeologia, n. 18, 1979, p. 121.
  7. Giovanni Rizza – Catania. Scavi e scoperte negli anni 1975-1978 – in Cronache di Archeologia – n. 18, 1979, p.104.

venerdì 12 giugno 2020

La villa romana di Misterbianco

Mentre stavo conducendo una ricerca su una antica struttura che presentava tracce di sovrapposizioni architettoniche riferibili a più epoche (fig. 1) sita in contrada Mezzocampo a Misterbianco, mi imbattevo casualmente in una notizia, pubblicata da M. A. Platania e N. Giuffrida Condorelli, che attestava la presenza passata dei ruderi di un’antica villa romana sulla destra della strada che, dopo il bivio all’uscita di Misterbianco, conduce a Paternò e Motta Santa Anastasia.

Così gli autori: «In contrada ‘Erbe Bianche’ a destra della statale 121, dopo il bivio Motta Santa Anastasia-Paternò, un tempo erano visibili i ruderi di un’antica villa romana, situata proprio qui, nell’antico suburbio di ‘Catina’ che è il territorio odierno del comune di Misterbianco. Queste vestigia, furono ampiamente descritte da Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, nel suo Viaggio per tutte le antichità della Sicilia pubblicato a Napoli, nel 1781. Questa sontuosa dimora doveva appartenere a qualche patrizio, o ad un ricco possidente del luogo, ed offriva per la sua struttura e per la sua posizione, le comodità di una casa cittadina, e la salubrità di aria e di luce, dell’amena campagna di Catania»(1).

La successiva verifica effettuata sul testo di Ignazio Paternò Principe di Biscari, confermava la notizia, fornendo ulteriori e specifiche indicazioni topografiche che permettevano l’esatta individuazione del sito dove doveva trovarsi la villa romana. Così il Principe di Biscari: «Seguitando la strada, che riconduce il Viaggiatore in Catania [provenendo da Paternò], prima di arrivare a Misterbianco, sulla sinistra della medesima, e da essa circa 300.

Passi lontano, nelle Terre chiamate Erbe Bianche, tra due alte eminenze di lava si vedono gli avanzi di un Edificio quadrolungo, che dalla parte di Ponente è fatto a volta; ed il pavimento, che sopra questo esiste, e porzione di elevazione delle sue mura, mostra, che avea un second’ordine. La eminenza, che è rivolta a tramontana è formata di strati di gran pietre di lava tutti di un’altezza, in maniera che tagliati sembrano riquadrate pietre lavorate dall’arte. Di molti di questi pezzi anticamente servironsi, cavati nello spianare la sommità di questa eminenza, sulla quale si scorge ancor oggi la costruzione di fortissimo Edifizio, fabbricato di simil pietre riquadrate dalla natura, di grandezza di sei a dieci palmi»(2).

Nel mentre mi accingevo ad approfondire la ricerca bibliografica, effettuavo un sopralluogo a distanza per scattare alcune foto e per avere contezza della corrispondenza tra quanto detto dal Biscari ed i luoghi che esso indicava. Le due collinette laviche caratterizzanti il sito indicato dai predetti autori, è chiaramente identificabile nelle figg. 2 e 3.

Figg. 2-3 - Le due collinette tra cui doveva sorgere la villa romana.

Ottenuto un positivo riscontro tra quanto affermato dal Principe di Biscari e l’attuale stato geologico dei luoghi in questione, ho cercato ulteriori testimonianze storico-bibliografiche che si riferissero alla presenza di una villa romana tra le due collinette laviche indentificate nelle foto.

Ancora più esplicito circa i resti che si trovavano nel sito di cui stiamo trattando, il Principe di Biscari lo era stato nella relazione (il Plano) inviata al Re, datata 10 aprile 1779, nella sua qualità di Regio Custode delle Antichità esistenti nelle due Valli di Demona, e di Noto. Così relazionava il Principe di Biscari: «Erbe Bianche. Prima di arrivare a Misterbianco sulla sinistra della strada circa trecento passi entro le terre che chiamano Erbe Bianche trà due alte eminenze di lava si vede un residuo di fabbrica di forma quadrolunga, che dalla parte di Ponente hà una volta, che forma il pian Terreno di essa, e che mostra aver avuto l’ordine superiore, che ancora si vede sebbene gran parte diroccato. Sopra l’altura che guarda la Tramontana si scorgono i fondamenti di robbusta fabbrica, che davano ingresso ad un piano formato sopra la rocca, ed ad altro capo del piano suddetto si osservano le fabbriche di grossissime pietre quadrate poste senza calcina, e senza essere state lavorate, così prodotte dalla natura nel luogo medesimo; di tal genere di pietre essendo formata la rocca, locchè potria dare, che pensare ai Naturalisti»(3).

Della presenza di un’antico edificio nel luogo indicato dal Principe di Biscari, ancora esistente all’inizio dell’Ottocento, parla Antonio Nybbi: «Seguitando la via, che riconduce a Catania, prima di giungere a Misterbianco si vede a sinistra nell’interno delle terre circa 300 passi distante un antico edificio quadrolungo di incerto uso, posto fra due alte eminenze di lava. Di queste l’eminenza a settentrione è formata di strati di lava di eguale altezza che, tagliati, sembrano pietra quadrate. Di questa lava è formato un antico rudere, che ivi si osserva, le cui pietre hanno da se a dieci palmi di grandezza»(4).

Il sito dove insistono le due collinette laviche appartiene, oggi, al territorio del comune di Misterbianco; in passato, dal XII secolo a.C. al 21 a.C., questa porzione di territorio apparteneva alla città di Inessa-Aitna (l’odierna Motta Santa Anastasia)(4), per essere inglobata successivamente, dal 21 a.C., alla Chora di Catina, divenendo nel tempo territorio di uno dei tanti Casali di Catania; riscattata dal sorgente comune di Misterbianco nel XVII secolo(5).

Anche Jean Houel nel suo viaggio in Sicilia aveva ritratto una delle collinette laviche fuori le porte di Misterbianco, come si può vedere nella fig. n. 4.

Fig. 4 - Stampa di Jean Houel raffigurante una delle due collinette nei dintorni di Misterbianco.

Nelle figg. 5, 6, 7, tratte da Google Earth, sembrano intravedersi linee, nello spazio tra le due collinette, che potrebbero essere compatibili con il profilo di una costruzione che, come indicato precedentemente, attestano la presenza di una villa romana ed i cui ruderi erano visibili almeno fin all’800.

Figg. 5-6-7 - Foto tratte da Google Earth, dove tra le due collinette sembrano intravedersi linee compatibili con una costruzione.

La posizione della villa permetteva una magnifica vista sull’Etna e su tutto il circondario. Sulla sua eventuale datazione si potrebbero ottenere probabili risposte solo se fossero effettuati saggi archeologici dalla locale Sovrintendenza; così come potrebbe accertarsi la tipologia e la datazione dei ruderi della costruzione che si trova sulla cima della collinetta che guarda a Tramontana.

L’autorevolezza delle notizie e dei dati che ho raccolto e citato non sembrano lasciare dubbio alcuno circa l’effettiva esistenza di una villa romana la cui costruzione, in teoria, potrebbe appartenere al periodo anteriore al 36 a.C. od al periodo posteriore al 36 a.C.

La linea di demarcazione tra i due periodi è costituita dalla conquista della Sicilia da parte di Ottaviano, dopo la sconfitta di Sesto Pompeo Magno, che porterà una certa stabilizzazione delle proprietà     romane nell’isola.

Nell’eventualità che la costruzione della villa romana di contrada Erbe Bianche a Misterbianco sia posteriore al 36 a.C., vi sarebbe una certa probabilità che tale villa appartenesse a M. Vipsanio Agrippa, eventualmente costruita da costui non oltre il 12 a.C., anno della sua morte. Infatti il sito ove insistono i ruderi della villa appartengono a quel territorio che fu donato da Ottaviano a M. Vipsanio Agrippa quale ricompensa per la vittoria navale a Mylae ( nel 36 a.C.) e per la successiva vittoria a Naulochus. La notizia circa i possedimenti di M. Vipsania Agrippa viene fornita dal Casagrandi che utilizza una lettera di Orazio all’amico Iccio (Procurator Agrippae est constitutus, cui agrum ei commendavit) che si trova in Sicilia ed a cui scrive: «Fructibus Agrippae Siculis quod colligis, Icci Si recte fueris non est ut copia maior Ab Iove donari possit tibi […]»(6).

Circa gli indizi che inducono il Casagrandi ad affermare la localizzazione dei possedimenti di M. Vipsanio Agrippa in Sicilia, così si esprime: «La presenza in Catania di un Vipsanio Attico con la famiglia (sib et suis), fa ritenere che i terreni dati in ricompensa a M. Vipsanio Agrippa fossero di quelli per cui l’isola in ogni tempo andò famosa per il ricchissimo prodotto, terreni cioè, della Piana di Catania e delle falde boschive dell’Etna. In quel Vipsanio Attico noi vediamo pertanto un altro degli amministratori del patrimonio di M. Vipsanio Agrippa nell’isola, e di quello in particolare posto nel territorio catanese»(7).

Naturalmente la villa di contrada Erbe Bianche a Misterbianco potrebbe appartenere al periodo successivo al 1° secolo a.C.; vediamo infatti che in epoche successive la Sicilia, ed in particolare le zone alle falde dell’Etna, fu privilegiata dalle più importanti famiglie senatoriali romane per costruirvi le proprie ville anche al fine di risiedervi. Così Lellia Cracco Ruggini descrive la Sicilia in epoca imperiale: «I clarissimi cominciarono pertanto a frequentare l’isola curandovi Res e Negotia, direttamente oppure tramite uomini di loro fiducia, che erano inviati di tanto in tanto nella capitale (come l’intendente Euscius, di cui si valse Q. Aurelio Simmaco in diverse occasioni); si abituarono a trascorrere in Sicilia periodi di Otium e Secessio, dedicandosi alla caccia, alla pesca, al nuoto, alla filosofia, alla Emendatio di testi antichi e alla traduzione in latino di opere greche, alla vita contemplativa. Talvolta, addirittura, a detta della Historia Augusta, intrecciano parentele con alcune fra le poche famiglie senatorie localmente emergenti e radicate nell’isola sin dal II-III secolo, finendo spesso col riassorbirne beni, interessi, influenze e patrocinii; ed accade che in Sicilia trovassero anche sepoltura»(8).

Non possiamo tralasciare di ricordare che i beni siciliani di M. Vipsanio Agrippa vengono ereditati dall’imperatore Augusto, dopo la morte del vincitore della battaglia di Mylae(9). Ed ancora sull’argomento Giardina: «La presenza di Gentes Senatorie le cui origini e le cui vicende connettono Italia, Sicilia e Africa s’associa a un vasto processo di concentrazione fondiaria, che la documentazione mostra maturo nel IV secolo. Le grandi ville tardoantiche esprimono il radicamento- in Sicilia come in altre regioni dell’impero – di nuovi rapporti di produzione fondati sul colonato, in un quadro complessivo che ‘porta il segno della vitalità, non della decadenza’»(10).

Bibliografia

1) Marco Antonio Platania, Nino Giuffrida Condorelli, Comune di Misterbianco, saggio storico illustrato sul comune, sulle industrie, sui soprannomi, sui poeti, e sui pittori di Misterbianco, Catania 1968, p. 6.

2) Ignazio Paternò Principe di Biscari, Viaggio per tutte le antichità della Sicilia, Nella Stamperia Simoniana, Napoli 1781, p. 61.

3) Relazione delle Antichità de Regno di Sicilia esistenti nelle due Valli di Demona, e di Noto scritta Per Sovrano Real Comando da Ignazio Vincenzo Paternò Caspello Principe di Biscari, in Giuseppe Pagnano, “Le Antichità del Regno di Sicilia 1779 - I Plani del Biscari e Torremuzza per la Regia Custodia”, Arnaldo Lombardi Editore, Siracusa, Palermo 2001, p. 150.

4) Antonio Nybbi, Itinerario delle antichità della Sicilia, presso Vincenzo Poggioli Stampator Camerale, Roma 1819, (da Google).

5) https://dl.dropboxusercontent.com/u/69278505/Motta%20Santa%20Anastasia%2C%20testo.pdf- Santi Maria Randazzo, Storia di Motta Santa Anastasia.

6) Casagrandi Orsini Vincenzo, Raccolta di studi di storia antica, Tipografia Editrice dell’Etna,Catania 1983, p. 131.

7) Casagrandi Orsini Vincenzo, cit., p. 133. 8) Lellia Cracco Ruggini, Sicilia, III/IV secolo: il volto della non città, Kokalos nn. 28-29, 1982-1983, p. 483.

9) Lellia Cracco Ruggini, cit., p. 507.

10) A. Giardina, Storia e storiografia della Sicilia Romana, Kokalos XXXIV-XXXV, 1988-1989, 1, p. 441.

venerdì 5 giugno 2020

Ricostruzione virtuale della chiesa di Santa Maria Depinta di Palermo

Anche in Sicilia si cominciano a costruire edifici di tipo basilicale, con strutture sia mononave che organizzate su aule tripartite, solo dopo l’inizio dell’impero di Costantino il Grande, nel corso de IV secolo d.C., per l’impulso alle nuove costruzioni che venne dato da Costantino a seguito dell’innalzamento della religione cristiana a religione ufficiale dell’impero romano. Le nuove chiese costruite in Sicilia vennero realizzate utilizzando, a volte, le strutture di preesistenti edifici pagani o realizzandole nell’area  dei siti di quegli antichi templi pagani che vennero distrutti per far posto ai nuovi edifici cristiani, spesso in sintonia con un’operazione culturale e religiosa mirata alla sostituzione del credo cristiano al posto dei vari riti religiosi pagani. Una delle prime chiese cristiane di Sicilia, già oggetto di evidence archeologica per come riferito da F. P. Rizzo, e datata all’epoca costantiniana da Pietro Griffo, è la basilichetta paleocristiana che sorge ai piedi del versante orientale della collina dei templi [ di Agrigento]. “[…]Tale ritrovamento, pertanto, mentre data intorno al 370 la modifica intervenuta, offre un prezioso termine ante quem per l’impianto originario della basilichetta che può essere riportato al periodo costantiniano”. (1)

P. Rizzo, per la medesima chiesa, indicata come ‘basilichetta del Vallone di S. Biagio’, ha ritenuto di fare le seguenti osservazioni con cui ha evidenziato alcune caratteristiche della stessa: “ Inoltre il tipo di struttura (mononave solida e compatta) della basilichetta fa pensare che questa abbia avuto origine da un tempietto sepolcrale pagano [sembrerebbe proprio che stia indicando un criterio identificativo ], come avviene per le memoriae di apostoli e martiri. In ogni caso la basilichetta è più vicina alla tradizione delle celle sepolcrali cristiane del III secolo che non alle grandi basiliche cristiane della seconda metà del IV secolo“. (2)

Dall’inizio del V secolo, in Sicilia, è ancora meno raro trovare edifici cristiani costruiti sui resti di templi pagani (come hanno documentato, tra i tanti altri, il Cajetani e Giuseppe Agnello), utilizzando sovente alcune parti di precedenti costruzioni siceliote o romane o costruendo le nuove strutture su quelle preesistenti; l’esigenza di utilizzare parti di edifici preesistenti o di riutilizzarne i siti si può datare e ricollegare temporalmente in Sicilia alla fine del V sec., come conseguenza al dissesto dell’impero romano, conseguentemente all’invasione dei Vandali e dei Goti ed alla sopravvenuta mancanza del supporto organizzativo-finanziario dell’Impero Romano: mancanza di risorse finanziarie mitigata in parte  della chiesa di destinare un quarto delle rendite ecclesiastiche alla costruzione di edifici, dalla fine del V sec.. La situazione in Sicilia, per quanto attiene alla disponibilità di risorse finanziarie destinate alla costruzione di edifici religiosi e pubblici, cambia per un breve periodo nella seconda metà del VI allorché Siracusa divenne la capitale dell’Impero d’Oriente dal 663 al 669. Sulle dinamiche finanziarie e costruttive di tale periodo è interessante l’analisi condotta dal Vera, che richiama G. Bejor: “In Sicilia numerosi fattori di crescita si palesano già nell’età di Costantino, si rafforzano nei decenni successivi fino al primo trentennio del V secolo e si esauriscono a metà del V secolo. E’ questo il momento in cui, con la fine dell’unità imperiale del Mediterraneo, il sistema annonario fondato da Augusto e riformato da Costantino crolla insieme all’organismo politico che l’aveva creato.” (3)

In Sicilia, comunque, parrebbe che la costruzione di luoghi di culto cristiano indicate con il termine di “Basiliche o Basilichette” abbia seguito, almeno secondo le osservazioni del Bottari, uno schema comune quasi identico in tutte le costruzioni di quel tipo censite. Ecco cosa afferma il Bottari nel 1950 : “Memorie più o meno attendibili di edifici cristiani in Sicilia si hanno a partire dai primi decenni del IV secolo, ma – per quello che fin qui è venuto alla luce – la documentazione monumentale non incomincia prima del V secolo, che è il periodo delle lettere decretali dei Papi  doveva essere riservato alle fabbriche; lettere che non dovettero restare senza efficacia se, alla distanza di un secolo, S. Gregorio Magno, di cui è ben noto l’interesse delle cose di Sicilia, non trova di meglio che confermarle  ampliandone la portata”. (4)

Dello sviluppo dell’architettura religiosa cristiana dl IV e V secolo d.C. si è occupata anche R. M. Bonacasa Carra che ne ha tracciato un profilo storico: “[…], purtroppo, nel novero degli edifici cristiani di culto, le chiese siciliane a noi note e sicuramente attribuibili al IV secolo si contano sulla punta delle dita. In testa vanno collocati il Martyrion di via dottor Consoli a Catania e la basilichetta di recente scoperta ad Agrigento sul versante occidentale del fiume Akragas. A cui si affianca la basilica di Sofiana nella sua prima fase, nella quale giustamente l’ Agnello ha riconosciuto un Martyrion. Seguono tre aule basilicali che documentano l’adozione, fin dalla metà del IV secolo, anche in Sicilia, del tipo di basilica a tre navate, e cioè la chiesa siracusana di San Pietro Intra Moenia, San Focà di Priolo e la notissima basilica di Salemi nella sua prima fase. […] nel passato, è stato fatto un uso improprio del termine «Bizantino» per definire l’età di quei monumenti che andavano collocati nell’arco dei secoli IV e V; il che ha contribuito, non poco, all’approssimazione ed alla genericità della cronologia dei monumenti cristiani di Sicilia che non ci consente, oggi, per dirla con S. L. Agnello, «la possibilità di tracciare un quadro organico e storicamente attendibile» di questa architettura.”. (5)

A questo elenco possiamo aggiungere la Basilica Paleocristiana scoperta negli anni ’50 del ‘900 a Catania in via S. Barbara ed i resti della Chiesa Paleocristiana scoperti alla fine degli anni ’50 del ‘900 a Catania sotto la Chiesa di S. Agata al Carcere. Un’altra chiesa attribuibile al modello di “Basilica a tre navate” è la chiesa di contrada Grammena, in territorio di Belpasso ( CT) riportata alla luce nel 2007 a cura della Sovrintendenza di Catania, di cui sotto lo schema planimetrico. (6)

Lo stesso schema [ tardo romanico] più ovvio e comune, tanto da diventare emblematico della chiesa romana, lo schema basilicale, si presenta, nel gruppo dei più antichi monumenti siciliani, in forme varie e complesse, e  talvolta insolite e addirittura – almeno per quel che so – uniche. Tale è il caso delle due chiesette di S. Pietro di Siracusa e di S. Focà presso Priolo, i cui avanzi di recente hanno avuto per l’acume del Pace una precisa interpretazione che ha pure consentito allo stesso studioso di chiarire il significato della curiosa planimetria – conservataci dallo stesso Inveges che ebbe a rilevarla prima della distruzione – della chiesetta palermitana di S. Maria La Pinta; e il sistema dovette avere una certa diffusione se, sulla traccia degli esempi indicati, il prof. Libertini ne ha potuto identificare un altro in una chiesetta presso Palagonia ( Pr. CT ). Il fatto insolito in queste basilichette – modellate per altro sullo schema assai comune dell’Aula Tripartita da Pilastri, con una Abside nella parte mediana della parte di occidente e spesso un Nartece nella parte anteriore – è dato dalle fincate, le quali, anziché da una parete continua, son costituite da un portico, o meglio da una serie di massicce arcate in alcuni casi sistemate nello spessore del muro ( S. Focà ), in altri su tozzi pilastri ( Palagonia ), in altri ancora su colonne ( S. Maria La Pinta )”.(7)

A questo gruppo di chiese potrebbero essere aggiunte le chiese di S. Pietro Intra Moenia e di S. Pietro ad Baias, per la presenza di archi lungo le fiancate del muro, come può evidenziarsi nel disegno sotto riportato nella figura sottostante. (8)

Figura 1 - Disegno della chiesa di San Pietro ad Baias

A questo gruppo di chiese caratterizzate dalla presenza di un “Portico Esterno” dovrebbe aggiungersi la chiesa che nella sua ultima fase venne titolata “Della Nunziatella”, i cui resti sono ancora oggi visibili nella contrada di Mezzocampo in territorio di Misterbianco. (9)

Figura 2 - Prospetti nord ed est della chiesa della Nunziatella in contrada Mezzocampo in territorio di Misterbianco

Sulle motivazioni che avrebbero determinato l’evoluzione architettonico-costruttiva delle chiese paleocristiane in Sicilia, l’Agnello così si pronuncia: “Si è detto da qualche studioso che le due chiese realizzino il tipo assai raro della Basilica a Portico, data la presenza degli archi tagliati nei muri esterni. Ma per San Pietro ciò risulta infondato, avuto riguardo alla struttura degli archi che attraversano solo una parte della compagine muraria, mentre l’opinione non appare conclusiva per San Focà, per insufficiente esplorazione. Si tratta, forse, di espediente suggerito da motivi diversi: il taglio delle arcatelle nello spessore murario, mentre conferiva un certo movimento decorativo alle masse, consentendo anche un maggiore sfruttamento ambientale, risolveva meglio il problema statico, temperando il potere delle spinte esercitato dalle volte a botte.”. (10)

L’affermazione dell’Agnello indurrebbe a considerare, come ipotesi, che la presenza nelle chiese paleocristiane di Sicilia di volte a botte potrebbe essere prudentemente utilizzato come indicatore parametro per collocare queste chiese in un arco temporale antecedente alle altre chiese caratterizzate da portici esterni ad arco.

                                     L’ubicazione della chiesa di Santa Maria della Pinta

La chiesa di Santa Maria della Pinta, la cui distruzione inizia nel 1648 e viene portata a termine nel 1649, (11) viene rasa al suolo per esigenze difensive della città di Palermo; sorgeva nella parte alta della Paleopolis Panormitana: “[…] nell’area dell’odierno Palazzo Reale, altrimenti detto dei Normanni, [ dove ] era probabilmente ubicata la sede del potere temporale. Si sa che vi sorgeva un sontuoso edificio chiamati in seguito Aula Viridis. Vicina a questa si ergeva la Chiesa di Santa Maria Dell’Annunziata, detta della Pinta, e quasi certamente iniziava anche la Ruga Coperta; sul modello bizantino ( Bellafiore 1966-1967), questo lungo porticato collegava la sede del potere temporale con la cattedrale del 6° secolo - eretta su una precedente, sorta sui resti d’un tempio, forse nel sec. 4° - costruita immediatamente oltre il muro che separava la città vecchia dalla Neapolis.” (12) Al fine di permettere una visualizzazione del contesto territoriale in cui doveva trovarsi la chiesa di Santa Maria Della Pinta, riportiamo di seguito la pianta topografica da lorenzo Fiocca nel 1905(13); la collocazione della chiesa della Pinta, secondo il Fiocca, si trova nel punto indicato dalla lettera “D” che, nella figura, è stato evidenziato dal quadrato nero che racchiude lo stesso. Tale collocazione, secondo Giuseppe Immé, sarebbe erronea in quanto il Fiocca: “[…] descrivendo  quanto riscontrato probabilmente durante gli scavi di Piazza Vittoria, concludeva che La Pinta (identificata erroneamente con un'altra chiesa vicina altomedievale), era verosimilmente il frutto dell'innesto di un edificio a stile basilicale cristiano su uno precedente pagano «del quale la chiesa suddetta conservava i caratteri della grandiosità». (14)

Figura 3 - Disegno del contesto territoriale in cui era collocata la chiesa di Santa Maria della Pinta, secondo Lorenzo Fiocca

La demolizione della chiesa di Santa Maria della Pinta ed i dati planimetrici della stessa

La distruzione della Chiesa di Santa Maria Della Pinta inizia: “[…] nel mese di novembre dell’istesso anno 1648. Il cardinal Trivultio col parere d’alcuni consiglieri di guerra per dar la sicurezza al Palazzo de’ Vicerè, fece cominciare i due baloardi a’ fianchi di mezzo giorno, e di tramontana; dove fece scolpire le sue armi, e suo nome, e con questa occasione per ampliar la piazza del Palazzo, furono demolite tutte le case, e chiese ch’eran vicine alla Porta Nova; e tra queste vi fu l’antichissima Chiesa di Santa Maria Della Pinta, […]. (15) Tale chiesa veniva così chiamata perché al suo interno vi era l’immagine di Maria Annunziata che: “[…] essendo stata depinta assai devota, fù chiamato, il Tempio di S. Maria Depinta, così dice un Privilegio del Conte Ruggiere, di concessione di luogo prope ecclesiam S. Mariae Depictae, & S. Barbariae, la qual chiesa fù pure fondata da’ greci.” (16) Dell’antichissima Chiesa di Santa Maria Depinta, oltre la pianta della stessa abbiamo una descrizione fattane dall’ Inveges: “La chiesa di S. Maria Della Pinta ( di Palermo) è una delle più belle chiese, ch’edificarono gli antichi greci né loro tempi in Sicilia. Questo antico tempio, secondo riferisce F. Simone ( ò Simonetto) di Leontino vescovo di Siracusa: […] fu edificato, e consacrato insieme dall’eroe Belisario Capitano di Giustiniano Imp. Alla gloriosa Madre di Dio V. per la vittoria in Palermo contro à Vandali ( legge Goti) nell’an. Del mondo 4516. E del redentore 545 ( legge 535) […] à gloria della suprema Regina del Cielo: la cui immagine essendo stata depinta assai devota; fu chiamato il tempio di S. Maria Depinta. […]. Hor la nostra antichissima chiesa di S. Maria Della Pinta: era fabbricata nel gran piano del palazzo viceregio a pié del novo suo baluardo settentrionale. La figura del sito era riquadrata; poiché in ogni lato havea circa 30. Passi di distanza. La frontiera del suo muro settentrionale riguardava la bella strada del Cassaro, ove havea tre porte: la maggiore di mezo, che dava l’ingresso alla nave, e le due minori, che aprivan il passo alle due ali: & alle tre porte s’ascendeva per 7. Scalini, posti parti dentro, e parte fuori: poiché il sito della chiesa era rilevato sopra il Cassaro circa 7. Palmi. Il suo modello non era ordinario; cioè la nave, e le ali non erano in giro ricinte di muraglie, come nelle chiese latine: ma all’uso dei Tempij Gentilij; eran tutte al cielo aperte: & architettate di colonne di pietre in più pezzi, e di tetto di legname fatto in forma di carina di nave. La lunghezza della nave, e delle ali era uguale, e cominciava dal Cassaro, o’ dal muro, e porte settentrionali; sopra cui da Levante a’ Ponente s’attraversava la lunghezza del titolo di circa 30 passi. Onde la chiesa tutta alla mia età coll’ordinanza delle sue colonne figurava un T. latino maiuscolo; ch’era l’antico Tau, e la vera figura, della croce. La nave e’l titolo cavea ugual larghezza di 7 passi, e mezo circa; ma la lunghezza disuguale: poiché, la lunghezza della navea have 6. Colonne, e fra queste 5. Passi. Ma la lunghezza del titolo era dal muro di Ponente a’ quel di Levante eran 5. Altri archi; quel di mezo alla larghezza della nave, li dui ultimi grandissimi, e li 2. Di mezo alla larghezza delle ali. Et ogni ala al pari della nave havea 6. Colonne, e 5 archi: ma di larghezza circa 4 passi, e mezo. Al fianco però  delle colonne d’ogni ala era un ampio e discoperto cimiterio, o’ giardino: li quali venivan in giro da un’alta muraglia di 24. Pal. In circa rinterrati. Nel solo titolo eran gl’altari. I quali eran tre: tutti appoggiati alle mura: cioè l’altar di mezo, era appoggiato al muro meridionale, e riguardava la porta maggiore: ove era un bel quadro della Nuntiata: al corno del vangelo, & al muro orientale del titolo era l’altare della Candelora, o di S. Maria delle Gratie: & a’ quello dell’epistola,o’ alla muraglia occidentale era l’immagine devotissima, & antichissima del S. Crocifisso all’istesso muro dipinta: che hoggi e transportata alla chiesa dell’Itria, insieme cogli altri due ricordati quadri. Dietro il titolo, e del muro meridionale della chiesa eran fabbricate, e la sagristia, e le stanze del cappellano. Ma la nave, e le ali di questa chiesa nei tempi furon più lunghe di quelle che alla mia età si vedevano; poiché Don Garzia de Toledo per far il Cassaro ne ruinò quella parte settentrionale; che la dirittura della strada gl’impediva”. (17)

Figura 4 - Pianta della chiesa di S. Maria della Pinta, pubblicata da Agostino Inveges

La ricostruzione virtuale della chiesa della Pinta

Sulla scorta dei dati architettonici e metrici relativi alla chiesa di S. Maria della Pinta, forniti dall’Inveges, sopra riportati, abbiamo chiesto all’architetto Santi Gulisano, di Motta Santa Anastasia, di sviluppare dei disegni architettonici, computerizzati, per realizzare una ricostruzione virtuale della medesima chiesa che fosse compatibile con i dati pubblicati da Agostino Inveges. I risultati della elaborazione dei dati, che ci forniscono una possibile immagine della chiesa di S. Maria della Pinta, sono osservabili nei quattro sottostanti disegni.

Figura 5 - ipotesi ricostruttiva, elaborata al computer, in sezione, della chiesa di S. Maria della Pinta – elaborazione dell’Architetto Santi Gulisano

Figura 6 - Disegno completo della chiesa della Pinta - elaborazione dell'Architetto Santi Gulisano

Figura 7 - ipotesi ricostruttiva, elaborata al computer, della chiesa di S. Maria della Pinta – elaborazione dell’Architetto Santi Gulisano

Figura 8 - Pianta della chiesa della Pinta elaborata dall'architetto Santi Gulisano utilizzando i dati pubblicati dall'Inveges

La Chiesa di Santa Maria della Pinta, a Palermo, costituiva forse l’esempio siciliano più significativo delle cosiddette “ Basiliche a Portico Esterno”, per cui secondo l’Agnello: “Il tipo avrebbe però trovato la sua attuazione più significativa nella chiesa palermitana della Pinta, oggi scomparsa, la cui struttura, se dobbiamo prestar fede ad un antico e sommario documento grafico, comprendeva tre navate, divise da pilastri, e presbiterio a T. Non esistevano muri di cinta e l’edifizio doveva dare un po l’idea di un mercato coperto.”. (18)

Bibliografia

  1. De Miro, in F. P. Rizzo – Storia della Sicilia paleocristiana: revisione e prospettive – in Kokalos XXX-XXXI, 1984-1985 – pp. 259-260.
  2. P. Rizzo – Storia della Sicilia paleocristiana: revisione e prospettive – in Kokalos XXX-XXXI, 1984-1985 – pp. 259-260.
  3. Domenico Vera – Fra Egitto e Africa […] – Kokalos XLIII-XLIV, 1997-1998, tomo I,1, p. 58.
  4. Pace – Arte e civiltà della Sicilia antica – IV, p. 314 e sgg. – Roma 1949
  5. M. Bonacasa Carra – Architettura Religiosa Cristiana nella Sicilia del IV secolo – spetti e problemi – Kokalos nn. 28-29, 1982-1983, pp. 410-411.
  6. Elisa Bonacini – Maria Turco, con appendice di Lucia Arcifa – L’insediamento di contrada Grammena a Valcorrente tra tardo antico e alto medio evo – Fasti Online - Roma, p. 21.
  7. Biagio Pace – Arte e civiltà della Sicilia antica – Roma 1949 - vol. IV, p. 314.
  8. Agnello Giuseppe – L’architettura Bizantina in Sicilia – La Nova Italia – Firenze 1952 – p. 85.
  9. Santi Maria Randazzo – Ipotesi di identificazione della prima chiesa di Misterbianco sorta dopo l’eruzione del 1669 – Rivista “ Incontri”, n. 16 luglio-settembre 2016, p. 46.
  10. Agnello Giuseppe – L’architettura Bizantina in Sicilia – La Nova Italia – Firenze 1952 – p. 295.
  11. Gioacchino di Marzo – Biblioteca Storia e Letteraria di Sicilia – vol. XXII, I della terza serie – Luigi Pedone Lauriel – Palermo MDCCCLXXVI – pp. 15-16.
  12. Zoric – in Enciclopedia Dell’Arte Medievale – Treccani Ed. – 1998.
  13. Lorenzo Fiocca – La chiesa di Santa Maria dell’Itria o della Pinta – in “ Rivista di Storia dell’Arte Medievale e Moderna e d’Arte Decorativa”, t. III, Roma 1905 – p. 297.
  14. Giuseppe Immé – Schede topografiche per l’età romana e alto medievale nel siracusano – Tesi di Dottorato in Filosofia e Storia delle Idee – Catania 2011 – p. 40.
  15. Vincenzo Auria – Historia cronologica delle Signori Vicerè di Sicilia – per Pietro Coppola Stamp. Cam. Della SS. Inqu. e Illustr. Senato – Palermo 1697 – p. 114 – in Google Libri.
  16. Pietro Antonio Tornamira e Gotto – Idea congetturale della vita di S. Rosalia – per il Bua, e Camagna – in Palermo M.DC.LXVIII – p. 137.
  17. Agostino Inveges – Annali della felice città di Palermo – Palermo Sacro parte seconda degli annali di D. Agostino Inveges – nella Typographia di Pietro Dell’Isola – Impressor Camerale – Palermo MDCL – pp. 424-425.
  18. Agnello Giuseppe – L’architettura …,cit. – p. 295.

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