domenica 17 gennaio 2021

Il terremoto del 1818 nel catanese

Alle ore 1,10 italiane del 20 febbraio 1818, vi fu una forte scossa di terremoto che interessò la regione etnea e fu avvertita fortemente in tutta la Sicilia e, più leggermente nella Calabria meridionale e a Malta. Gli effetti più gravi riguardarono l’immediato entroterra di Acireale: le borgate di Aci Consolazione e Aci Santa Lucia furono pressoché completamente distrutte; crolli estesi a gran parte dell’abitato si verificarono ad Aci Catena, Aci Platani, Aci San Filippo e Aci Sant’Antonio. Complessivamente quasi 60 centri subirono crolli di edifici o danni generalizzati al patrimonio edilizio, compresi alcuni paesi dei versanti settentrionale e occidentale dell’Etna; in altre 40 località circa avvennero danni più leggeri. In generale, la presenza di scadenti tipologie edilizie amplificò ovunque gli effetti del terremoto. A Catania in base ai rilievi condotti dall’Intendenza, 1.768 case risultarono danneggiate, di queste oltre il 35% furono dichiarate cadenti e dovettero essere puntellate o demolite. La città era stata interamente ricostruita dopo il terremoto del 1693, era quindi “nuova“ dal punto di vista dello stato di conservazione del patrimonio edilizio. Le perizie attestarono che il terremoto danneggiò edifici caratterizzati da evidenti e gravi difetti di costruzione: molte case non erano state dotate di fondamenta sufficientemente solide, altre erano state innalzate o ampliate in un secondo momento, causando uno squilibrio tra la mole delle costruzioni e le fondazioni. L’1 marzo 1818, alle ore 9,30 italiane, una seconda scossa colpì la Sicilia orientale, in particolare la regione iblea, danneggiando gravemente Militello Val di Catania, Mineo, Ragusa, Vizzini e numerosi altri centri. La scossa causò ulteriori leggeri danni a Catania e fu sentita fortemente nell’acese. Gli eventi sismici del febbraio-marzo 1818 ebbero un elevato impatto sulla vita sociale ed economica delle aree interessate. Le vittime furono 72 ed i feriti circa 100; i danni al patrimonio edilizio furono stimati dalle autorità di governo in 560.000 onze. Le popolazioni colpite dovettero affrontare un periodo di disagi che si sommò alle precarie condizioni socio-economiche contestuali. Negli anni precedenti, la crisi della produzione agricola, le ricorrenti gravi carestie, il crollo del commercio e dell’industria della seta, i disordini e l’incertezza politica seguiti alle leggi di eversione della feudalità e alla restaurazione borbonica avevano accresciuto notevolmente il numero degli indigenti e peggiorato le condizioni di vita generali in gran parte della Sicilia orientale. Le autorità governative ricorsero ad una politica di forte imposizione fiscale per drenare le risorse necessarie a soccorrere i bisognosi e a contenere la disoccupazione attraverso i grandi lavori stradali e le opere pubbliche. Nella fase dell’emergenza, il fermento acuì questa situazione di grave precarietà: molte amministrazioni locali mancavano anche dei fondi necessari alla costruzione di baracche. A medio termine, invece, i danni sismici rappresentarono un’occasione favorevole al consolidamento e all’ulteriore sviluppo della politica di intervento pubblico nel settore edilizio. Ciononostante, in diversi casi, i lavori di ricostruzione furono condotti affrettatamente e diedero vita a fenomeni speculativi, che aggravarono le tensioni sociali preesistenti. Numerose fenditure si aprirono nel terreno in tutta l’area dei massimi effetti: profonde spaccature nel suolo furono osservate anche a Catania. In seguito alla scossa del 20 febbraio 1818, effetti di maremoto si verificarono a Messina, dove l mare entrò nelle strade cittadine; a Brucoli una barca ferma nel porto toccò tre volte il fondo. Secondo osservatori diretti, per tutta la giornata del 20 febbraio le acque del golfo e nel porto di Catania subirono oscillazioni di modesta entità, accompagnate da un “ribollimento” della superficie e, secondo alcuni, da un aumento della temperatura. (1) Presso l’Archivio di Stato di Catania abbiamo cercato e reperito la documentazione che riguarda il terremoto del 1818, di cui illustriamo alcuni dati. Dall’esame della tabella n. 116 si evince che i 36 comuni del Distretto di Catania, che più avanti si elencheranno, furono suddivisi in quattro tipologie classificatorie a seconda del danno subito e cioè:

Prima classe che ha sofferto le massime rovine.
Seconda classe che ha subito danni generali.
Terza classe che ha subito danni medi.
Quarta classe che ha subito danni lievi.
Nella prima classe, che subì le massime rovine, rientrarono i comuni di: Aci Sant’Antonio – Aci San Filippo- Aci Bonaccorso- Mascalcia- Maletto- Piedimonte- Tremestieri- Zafferana- Viagrande- Trecastagni.

Nella seconda classe, che subì danni generali, rientrarono i comuni di: Catania, Aci Reale, San Gregorio, San Giovanni di Galermo, Nicolosi, Randazzo, Trecastagni, Viagrande.

Nella terza classe, che subì danni medi, rientrano i comuni di: Sant’Agata li Battiati, Belpasso, Bronte, Castiglione, Calatabiano, Camporotondo, Fiumefreddo, Gravina Plachi, Linguaglossa, Massa Annunziata, Mascali, Giarre, Motta Santa Anastasia, San Pietro Clarenza, Pedara.

Nella quarta classe, che subì danni lievi, rientrarono i comuni di: Adornò, Aci Castello, Biancavilla, Misterbianco, San Giovanni La Punta, Paternò, Trappeto.

Dai dati contenuti nella tabella 11, di cui al numero d’ordine 20, si rileva che per i danni della chiesa Madre sono stati stanziati 38 tarì, 16 grani e 15 piccioli. Per le case private (nel contesto delle “case che compongono interi quartieri, o che sono sparse nei comuni restaurati coi risparmi”), 38 tarì, 16 grani e 15 piccioli. Sempre nella busta n. 4209, nella tabella n. 50, leggiamo al quadro primo e secondo, ovvero: “Restaurazioni, puntellature ed altro delle fabbriche danneggiate in Catania e nei paesi affidati alla Commissione per i Tremuoti”. “Casa della Bara: Per riparare la casa della Bara scelta per locale del SS. Sacramento, stante opere di molto danneggiate quella Madre Chiesa giusta la deliberazione fatta dell’appalto in persona di monsignor Santo Platania, per onze 29, grani 7 e 10 piccioli”. Sempre nella busta n. 4209, nella tabella n. 17, rileviamo le: “Osservazioni dell’Intendente”: La Chiesa Madre più di ogni altra fabbrica fu in tale modo danneggiata, che fui nella necessità di far costruire una baracca per l’esercizio delle funzioni ecclesiastiche: questo temporaneo provvedimento fa conoscere l’urgenza che la Chiesa venisse riparata prestamente: che perciò riguardarsi indispensabile un soccorso per la chiesa non meno che per la classe degli inabili. I fondi del comune presentano poche risorse. Non si è calcolata nella rubrica de’ soccorsi la spesa della baracca ed il numero de’ legni perché non si è ricevuto dalla Commissione il risultato che riserva rimetterlo allorché terminerà le incombenze alla stessa affidate per tanti comuni, nel conto generale di tutte le erogazioni. Osservazioni dell’Intendente sul resto delle indicazioni degli edifici danneggiati e divisi in

Chiesa Madre
Opere senza rendite sostenute da limosine.
Chiesa Madre: Valore approssimativo del danno: onze 250.

Natura del danno nell’intero comune:

Caduto – % (0,0 %)
Cadente – 2/16 (12,5 %)
Lesionato – 14/16 (87,5 %).
Complessivamente i danni avvennero:

In case e corpi di proprietari abili: in 5 case di diversi proprietari- valore approvato del danno secondo le relazioni- onze 42- non soggette a dazio giacchè il comune è sotto i 2.000 abitanti.
In case e corpi di proprietari inabili: in 70 corpi di case in piano terreno- valore approvato del danno secondo le relazioni – onze 469. (3)
Bibliografia:

Enzo Boschi - Graziano Ferrari - Paolo Gasperini - Emanuela Guidaboni - Giuseppe Suriglio - Gianluca Valensise - Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a. C. AL 1980- Istituto Nazionale di Geofisica.
Archivio di Stato di Catania - Intendenza Borbonica- Busta n. 4209 – Tabella con numero esterno 116.
Archivio di Stato di Catania - Intendenza Borbonica- Busta n. 4209- tabella n. 11 riferita a Motta Santa Anastasia.

domenica 10 gennaio 2021

Un insolito terremoto catanese

La giornata lavorativa di quel martedì di maggio era ormai arrivata quasi alla metà delle sei ore lavorative previste, nel mentre era giunto il momento opportuno che qualcuno aspettava! Cercando di passare inosservata, Giovanna meglio conosciuta come Peppa ‘a Tucca, così ormai la chiamavano i colleghi nella sede centrale di quell’assessorato del comune di Catania, anche quella mattina stava per dichiarare aperto il suo mercatino ambulante abusivo interno all’ufficio,  trascinandosi appresso con calcolata indifferenza una grande borsa dove riponeva le sue mercanzie che vendeva ai colleghi e soprattutto alle colleghe per integrare il suo reddito di dipendente comunale: profumi, chincaglierie, bigiotteria varia e soprattutto indumenti intimi femminili che vendeva nei giorni in cui in assessorato non vi era il ricevimento del pubblico e si era, quindi, più tranquille di non essere disturbate nel mentre avveniva tale inusuale commercio. In quel periodo la sede dell’ufficio dell’assessorato comunale di Catania si trovava al primo piano di un palazzo sito in via Etnea e vi si accedeva attraverso una scala molto stretta, particolare non di poco conto per la dinamica degli avvenimenti che di li a breve sarebbero inaspettatamente accaduti e che solo per pura fortuna non si trasformarono in una tragedia. Quella mattina Peppa ‘a Tucca aveva un incontro programmato, avendo precedentemente concordato con quattro colleghe che lavoravano assieme nella stessa stanza di incontrarsi quel giorno per portare loro un vasto campionario di calze, reggiseni  e mutandine che avrebbero potuto visionare e provare nella loro stanza dopo averne, prudentemente, chiuso a chiave la porta, per non essere disturbate nel mentre esaminavano il ricco campionario. Mentre andava nella stanza dove le quattro colleghe attendevano di visionare e provare il campionario di indumenti intimi femminili, l’ultima stanza a destra in fondo al corridoio, casualmente incontrò il suo collega Demetrio, da poco trasferito in quell’ufficio,  che stava conversando con un altro collega, Giasone, fumando una sigaretta davanti la porta della stanza, l’ultima in fondo al corridoio dove lavorava assieme a sei colleghe donne, scambiando un veloce saluto di circostanza. Demetrio solo da poco era stato trasferito in quell’ufficio, che curava i rapporti con le sedi dell’assessorato distaccate sul territorio comunale, ed ancora non conosceva bene tutti i colleghi e le colleghe che lavoravano in assessorato, tranne qualcuno con cui aveva avuto modo di lavorare in passato come Giasone, conosceva di vista la collega Giovanna soprannominata Peppa ‘a Tucca ma non sapeva ancora niente di lei e del suo improponibile giro d’affari interno all’ufficio. Nel mentre entrava nella stanza delle quattro colleghe che l’attendevano già, Peppa ‘a Tucca con fare civettuolo si rivolse a Demetrio dicendo con un sorrisetto che accompagnava le sue parole:

“ Tu qui non puoi entrare, ora chiudo la porta perché siamo tutte donne !”

Incuriosito da quella frase pronunciata da Peppa ‘a Tucca che nel frattempo era entrata nella stanza chiudendo la porta a chiave, frase di cui non coglieva l’esatto significato, Demetrio si rivolse al collega Giasone per chiedergli spiegazioni sull’esatto  significato della frase pronunciata da Peppa ‘a Tucca, una volta che le cinque donne si erano rinchiusero a chiave nella stanza:

“ Devi sapere < disse Giasone sorridendo mentre rispondeva a Demetrio > che la collega Giovanna che ti ha appena salutato in questo ufficio viene chiamata Peppa ‘a Tucca perché, così come questa famosa popolana catanese che faceva commerci nella zona del porto di Catania, anche lei esercita questo commercio all’interno dell’ufficio dell’assessorato, vendendo di tutto ai collegi e soprattutto alle colleghe, specialmente indumenti intimi femminili. Ti ha detto che tu nella stanza non potevi entrare perché, come sempre in questi casi, lei fa provare alle colleghe la biancheria intima per cui sono costrette a chiudere la porta a chiave perché nessuno possa entrare nel mentre provano tali indumenti.”

“ Quindi ora nella stanza  le colleghe che vi lavorano staranno provando calze,  reggiseni e mutandine ?” chiese Demetrio un po’ sorpreso.

“ Esattamente” rispose Giasone, sorridendo.

Dopo essersi salutato con Giasone, Demetrio ritornò al suo posto di lavoro la cui parete che aveva alle spalle, una parete molto alta, lunga e fatta di una sola fila di mattoni forati sottili divideva lo spazio con la stanza accanto dove le quattro colleghe stavano esaminando il campionario di indumenti intimi; ripensando all’episodio di poco prima e sorridendo tra se e se per la scena che, lui immaginava, si stava svolgendo nella stanza accanto oltre quella sottile parete che divideva le due stanze dove le quattro colleghe dovevano essere impegnate a provare biancheria intima, tornò a considerare quell’irrituale modo di lavorare e quell’insolito commercio “ intimo” che si stava svolgendo presso la sede dell’assessorato. Poi d’improvviso, senza sapere il perché, forse sospinto dal demone burlone che di tanto in tanto alimentava il suo mai sopito spirito goliardico, Demetrio, assecondando un impulso incontrollabile, si voltò verso la parete che separava le due stanze ed iniziò a martellare la stessa con dei pugni dati a ripetizione e fortemente sulla parete, immaginando di provocare solamente del rumore che, immaginava, avrebbe fatto spaventare le colleghe nell’altra stanza, ma così, solo per ridere un po’. Ma non fu così, l’effetto di quei pugni dati su quella sottile parete fu ben più ampio e pernicioso di quanto lui avesse potuto prevedere ! Appena ebbe iniziato a percuotere la lunga parete divisoria tra le due stanze, questa cominciò ad ondeggiare in modo imprevisto, come se fosse stata sollecitata da qualche moto ondulatorio dovuto a scosse di terremoto. Il rumore prodotto dai pugni dati da Demetrio sulla parete divisoria tra le due stanze e l’effetto ondulatorio che questi pugni ebbero sulla stessa parete  produssero, contemporaneamente, lo stesso effetto nella stanza accanto dove le cinque donne che vi si trovavano, di cui alcune intente a provare biancheria intima, pensarono che l’ondeggiare della parete e quel rumore ripetuto fosse l’effetto di qualche fenomeno sismico che stava accadendo in quel momento. Quasi immediatamente Demetrio udì distintamente un forte frastuono proveniente dalla stanza accanto dovuto al rumore di sedie rovesciate e di grida di donne, accompagnate dalla reiterata pronuncia di una parola gridata:

Il Terremoto, il Terremoto, i Terremoto !”

Resosi immediatamente conto del non voluto e inaspettato effetto provocato dai pugni con cui aveva percosso la parete, Demetrio andò subito di corsa verso la porta della stanza accanto per avvertire le colleghe che non c’era stato alcun terremoto ma che erano stati i suoi pugni sulla parete ad aver causato quell’effetto ondulatorio della stessa: si accorse che la porta veniva sbattuta ripetutamente nell’evidente contemporaneo tentativo da parte di più persone che cercavano, inutilmente, di aprire la porta chiusa a chiave, accompagnando questo tentativo con l’emissione di grida isteriche e con la reiterata pronuncia della parola “ Il Terremoto, il Terremoto, il Terremoto!” Demetrio allarmato rimase davanti alla porta aspettando che finalmente si aprisse per rassicurare le colleghe che non si trattava di terremoto bensì dell’imprevisto effetto dei suoi pugni sulla parete. Finalmente, dopo un po’, la porta della stanza venne aperta mentre tutte e cinque le donne tentavano contemporaneamente di uscire da quella stanza; per prima uscì la responsabile di quell’ufficio interno, Gertrude, che con lo sguardo stravolto e con voce stentorea gridò con forza a Demetrio che si trovò di fronte:

“ Scappiamo Demetrio c’è il terremoto, scappiamo !”

Cercando di mantenere la calma Demetrio si rivolse a Gertrude cercando di spiegarle cosa fosse effettivamente successo:

“ Gertrude ascoltami non c’è stato e non c’è alcun terremoto, la parete ha oscillato perché vi ho battuto sopra io con dei pugni !”

Ormai presa dal panico ed incapace di capire ciò che Demetrio voleva comunicarle per rassicurarle, Gertrude lo afferrò per la giacca e sbattendolo con forza, ripetutamente, continuò a gridargli con gli occhi sbarrati dalla paura:

“ Si, si c’è il terremoto, scappiamo, scappiamo !”

In men che non si dica lei e le altre quattro colleghe terrorizzate, che nel frattempo erano uscite dalla stanza dopo essersi ricomposte, cominciarono ad entrare in tutte e ventiquattro le stanze dell’assessorato, compresa quella del direttore e dell’assessore, gridando come forsennate:

“ Il Terremoto, il Terremoto, c’è il Terremoto, scappiamo, scappiamo, uscite dalle stanze !”, provocando il totale panico in tutto l’ufficio dell’assessorato ed un conseguente, inarrestabile, caotico fuggi, fuggi generale accompagnato da urla di terrore.

Demetrio assisteva impotente e con rassegnata impassibilità allo scatenamento di questa paranoia e isteria collettiva a cui ormai non poteva porre rimedio; rimanevano non coinvolte le sei colleghe della stanza dove lui lavorava perché avevano visto tutto ciò che era accaduto e pertanto erano consapevoli che non vi era stato nessun terremoto a causare l’ondeggiamento della parete e che pertanto non vi era motivo di scappare.

In maniera progressiva e irrefrenabile tutti i circa centoventi dipendenti che lavoravano presso la sede dell’assessorato comunale si misero a correre contemporaneamente verso la stretta scala, cercando la desiderata salvezza nella sede stradale della vicina via Etnea, accalcandosi nelle scale, spintonandosi, urlando e gridando nel mentre correvano verso l’esterno dell’edificio e fu certo dovuto a qualche miracolo se nessuno cadde e si fece male.

Nel mentre accadeva tutto ciò un filo di sudore freddo scendeva lungo la schiena di Demetrio, che conscio di ciò che aveva non volontariamente provocato, aveva ormai capito di non poter fare più nulla per porre fine a quell’isteria collettiva che aveva svuotato l’ufficio dell’assessorato; ritornò sconsolato verso la sua stanza dove incontrò lo sguardo severo delle sue sei colleghe che assieme a lui vi lavoravano che, senza profferir parola, furono capaci di farlo sentire in colpa per ciò che aveva scatenato, anche se involontariamente. Nel mentre si udivano ancora distintamente le grida dei colleghi e delle colleghe e dei colleghi scappati dalla proprie stanze e che ora si erano spostati tutti insieme al centro di via Etnea, per essere distanti quanto più possibile dai palazzi che avrebbero potuto crollare, Demetrio si avvicinò alla finestra della sua stanza, che dava su via Etnea, e nel mentre osservava scoraggiato e preoccupato i suoi centoventi colleghi e colleghe posti al centro di via Etnea, assieme a tutti gli altri occasionali passanti che era stati coinvolti in questa paranoia collettiva, sentì la voce della responsabile della stanza che si era anch’essa avvicinata alla finestra e con voce accusatoria gli disse:

“ Hai visto cos’hai combinato ?” e Demetrio, sentendosi sempre più depresso, non ebbe la forza di risponderle nel mentre osservava quella scena drammaticamente felliniana.

Nel frattempo i centoventi dipendenti dell’assessorato comunale avevano di fatto occupato la sede stradale di via Etnea, tenendosi accalcati gli uni agli altri e guardando tutti in alto ed in giro per vedere se qualche cornicione od altra parte di edificio si fosse staccato a causa del terremoto precipitando loro addosso, bloccando ogni forma di traffico veicolare e facendo si che i molti passanti che in quel momento transitavano in quel tratto di via Etnea si ponessero anch’essi al centro della strada indotti da quell’isterico comportamento collettivo e dalle grida “ Il Terremoto, il Terremoto, il Terremoto !” Nel breve volgere di pochi minuti il traffico di via Etnea si bloccò formandosi una lunghissima fila di macchine e presto arrivarono i mezzi dei Vigili del Fuoco, le macchine della Polizia Municipale, diverse Volanti della Polizia e alcune Pantere dei Carabinieri che erano stati informati di quel blocco stradale: un ufficiale dei Carabinieri si rivolse al direttore dell’assessorato per avere spiegazioni sulle cause di quell’evento collettivo che non aveva motivazioni apparenti e plausibili ma che poteva configurare anche un’ipotesi di reato penale, avendo determinato il blocco del traffico.

Convinto anche lui che vi era stata una forte scossa di terremoto il direttore dell’assessorato cercò di spiegare alle forze dell’Ordine intervenute sul posto che quel tranbusto era stato determinato dall’aver avvertito una forte scossa di terremoto che aveva scatenato il panico tra i dipendenti della sua direzione e la conseguente fuga di tutti in un luogo aperto nel tentativo di sottrarsi all’eventuale crollo di pareti od altre parti dell’immobile. La immediata verifica effettuata dalle forze dell’Ordine presso la Prefettura di Catania accertò che non vi era stata alcuna scossa di terremoto a Catania e che pertanto non vi era motivo di continuare a stare al centro di via Etnea, bloccando il traffico e rischiando di essere denunciati per blocco stradale. Resosi conto che il panico che si era scatenato non avrebbe avuto motivo d’essere, dato che non vi era stato alcun terremoto, ma non avendo contezza della iniziale dinamica degli eventi e di chi fossero stati i soggetti che lo avevano determinato il direttore dispose l’immediato rientro dei dipendenti nei propri uffici, accompagnando quest’ordine con una colorita e significativa domanda rivolta a tutti gli impiegati in pura e nobile lingua siciliana:

“ Iu vulissi sapiri cu minghia fù ca dissi ca c’era u tirrimotu ?”, ma la sua domanda non ebbe risposta.

Nello stesso momento alla mente di Demetrio tornò, stranamente, il ricordo letterario della cacciata dei mercanti dal tempio da parte di Gesù Cristo.

giovedì 7 gennaio 2021

La rappresentatività territoriale del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia

Sul travagliato periodo intercorso tra la preparazione dello sbarco degli Alleati in Sicilia e le vicende che portarono la Sicilia ad ottenere lo Statuto Autonomo Speciale numerosi e qualificati autori hanno scritto autorevolmente, fornendoci una enorme quantità di dati relativi alla organizzazione ed alle lotte condotte in Sicilia sia dal M.I.S. che dall’E.V.I.S. ed all’attività dei nuovi partiti italiani che permettono, a chi ha interesse, voglia e pazienza di leggerli, una lettura organica di quelle vicende. Il presente, sintetico articolo ha il solo scopo di evidenziare alcuni dati relativi alla rappresentanza del M.I.S. nei vari contesti territoriali isolani all’indomani dell’approvazione dello Statuto Autonomistico Speciale della Sicilia, in occasione delle elezioni politiche del 2 giugno 1946. Abbiamo ritenuto, dato il limitato orizzonte in cui si proietta il presente articolo, di mettere in evidenza i dati relativi ai comuni in cui il M.I.S. è stato più rappresentativo ed i comuni in cui, invece, è stato meno rappresentativo. I dati sono stati organizzati in 9 tabelle distinti per singola provincia assieme a due tabelle generali riassuntive per l’intera Sicilia. Ci è stato particolarmente utile il testo di Aurora Corselli e Lidia De Nicola Curto “Indipendentismo e indipendentisti nella Sicilia del dopoguerra” - Vittorietti Editore – Palermo 1984. L’iniziale raggruppamento dei dati elettorali potrebbe, in un successivo e più approfondito studio, essere correlabile alla individuazione delle condizioni socio-ambientali e dei soggetti che, per i loro ruoli o per la loro influenza su alcune comunità, potrebbero aver determinato dei risultati particolarmente rilevanti in ampia o bassa rappresentatività del M.I.S. nelle elezioni politiche del 2 giugno 1946.

Appare comunque utile mettere in evidenza la composizione del nucleo politico centrale del M.I.S., così come viene descritto da Giuseppe Carlo Marino nella sua prefazione al testo della Corselli e della De Nicola Curto, precedentemente citato. Dice Giuseppe Carlo Marino: “La compiuta ‘radiografia’ della membership separatistica, realizzata dalle due studiose palermitane, mette inequivocabilmente in evidenza, ai vari livelli delle ‘ forze attive’ analizzate, la schiacciante preponderanza di esponenti del ceto agrario privilegiato e della borghesia medio-alta degli affari e delle professioni, in un contesto dinamizzato da una vivace, pittoresca, e talvolta tumultuosa, presenza giovanile ( studenti medi e universitari, in un periodo nel quale, a parte le eccezioni, era vistosissimo il carattere elitario e di classe della scolarità superiore), al segno di ‘ideali’, dai contenuti quasi sempre ineffabili, e comunque eterogenei e contraddittori, talvolta adottati per comodo politico ed enfatizzati con astuto calcolo. Ecco, in dettaglio, il dosaggio autentico delle forzeche costituivano l’area del protagonismo separatistico: ‘ ben il 44,80 % della militanza era costituito da agrari (23,27 %) e professionisti (21,52)’. Questo blocco – scrivono ancora le due studiose – affiancato e per qualche verso integrato dall’apporto minoritario di elementi del settore industriale (4,24 %), di artigiani (4,17 %), di commercianti e simili (8,05 %) e di impiegati (6,81 %), aveva l’opportunità di avvalersi di una massa di manovra costituita dagli studenti ( 22,40 % ). […] I ceti popolari, in tutta la loro variegata composizione sociale, dagli operai (2,34 %) ai contadini (1,90 %), all’eterogenea categoria degli addetti ai servizi (1,02 %) costituiscono una porzione minima, pressoché insignificante, dell’universo di militanza separatista registrato dal nostro campione.”

In questo articolo non può essere approfondita la problematica volta ad individuare le scaturigini e le ragioni dell’iniziale vasto successo del movimento separatista. Andrebbero in altra sede valutate, ad esempio, le valutazioni contenute nel rapporto del Generale dei Carabinieri Amedeo Branca del 18 febbraio 1946 diretto al Comandante Generale dei Carabinieri Brunetto Brunetti, nel quale si affermava che: “[…] è noto che il movimento separatista e la maffia hanno fatto causa comune e che i capi del movimento, di cui si è discorso, si debbono identificare per lo più fra i capi della maffia dell’isola […]”. Così come sono da valutare attentamente le affermazioni di Palmiro Togliatti nel suo discorso ai dirigenti della Federazione Comunista messinese del PCI, l’11 novembre 1947, citate da F. Renda nel suo testo ‘La Questione Siciliana’, laddove il leader comunista sottolineava il ruolo democratico di un’ampia parte della ‘piccola e media borghesia’ che si ritrovò sul fronte delle rivendicazioni di Finocchiaro Aprile, in conseguenza degli eccessi commessi dallo Stato e dai partiti nei confronti di tutti coloro che parlavano il linguaggio separatista. Vediamo, adesso, quale fu il risultato politico-rappresentativo del M.I.S. alle elezioni politiche del 2 giugno 1946, i cui dati sono stati tratti e disaggregati dal testo delle due studiose palermitane prima citate.

Provincia di Palermo

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Bolognetta1396129577669,92
2Aliminusa95789324527,43
3Altofonte3168274473626,82
4Caccamo52964652121526,11
5Cefalà Diana73564816926,08
1Balestrate41613662120,32
2Cinisi45553927310,78
3Altavilla Milicia23362105190,90
4Castelbuono69636193621,00
5Chiusa Sclafani36453320401,20

Provincia di Agrigento

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Realmonte2280205592545,01
2Castrofilippo2785256171828,03
3Bivona3314292859420,28
4Casteltermini73646437113217,58
5Grotte5317474060712,80
1Calamonaci1086103930,28
2Cattolica Eraclea57685280170,32
3Cammarata46154163160,38
4Ravanusa91908536430,50
5Camastra1945174790,51

Provincia di Trapani

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Poggioreale1894171237021,61
2Gibellina4171364940010,96
3Calatafimi746664964927,57
4Alcamo239642005511215,58
5Salemi1157391515045,50
1Pantelleria67585551140,25
2Castellammare Del Golfo116699463440,46
3Partanna84097550430,56
4Favignana36513082250,81
5Vita34742965250,84

Provincia di Caltanissetta

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Villalba2558237565027,36
2S. Caterina Villarmosa5764519655910,75
3Niscemi12673116333953,39
4San Cataldo12502109483613,29
5Caltanissetta30735259125252,02
1Riesi110589622690,07
2Bompensiere66862410,16
3Milena2565237780,33
4Acquaviva Platani1755160560,37
5Marianopoli2302213980,37

Provincia di Enna

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Nicosia104479000470452,26
2Piazza Armerina1518212591400031,76
3Agira94677967136717,15
4Sperlinga93481913316,23
5Calascibetta4662398248011,16
1Barrafranca79577188600,83
2Assoro29072566931,40
3Nissoria Pietraperzia747966631562,34
4Villarosa599653531372,60
5Centuripe625752651813,43

Provincia di Catania

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Fiumefreddo Di Sicilia36323220195060,56
2Belpasso68105901192532,62
3Linguaglossa44243540108327,10
4S. Maria Di Licodia3371302776725,34
5Riposto73326410142522,23
1Maletto21872000110,55
2Mirabella Imbaccari45754077421,03
3San Cono18461624301,84
4Camporotondo Etneo521493122,43
5San Gregorio Di Catania13101149282,43

Provincia di Siracusa

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Solarino32012938113338,56
2Floridia89097917216427,33
3Palazzolo Acreide82917208161122,35
4Melilli3979360155815,49
5Sortino6215559182114,68
1Cassaro13331237171,37
2Carlentini664860331612,66
3Buscemi16531459402,74
4Avola13322119493663,06
5Buccheri288126711033,85

Provincia di Ragusa

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Ispica74976805284041,73
2Giarratana271024571285,21
3Monterosso Almo315328461394,88
4Modica24840211739114,30
5Acate286425741104,27
1Chiaramonte Gulfi676460291442,38
2Ragusa29718268776492,41
3Comiso15122133693472,59
4Pozzallo633454491452,66
5Scicli14077124253402,74

Provincia di Messina

N.COMUNEELETTORIVOTANTIVOTI M.I.S.% M.I.S.
1Reitano93486845952,88
2Capizzi2861226681135,79
3Mistretta71106195159225,69
4Forza D’Agrò1702153734022,12
5Graniti1470132326620,10
1Oliveri101295210,10
2Condrò70963210,16
3Leni52347210,21
4Basicò104395730,31
5Mongiuffi Melia1479132660,45

I DIECI COMUNI IN CUI IL M.I.S. E’ STATO PIU’ VOTATO

N.COMUNEPROVINCIAVOTI M.I.S.% M.I.S.M.I.S.-MEDIA PROVINCIALE
1BolognettaPalermo77669,9211,79
2Fiumefreddo Di SiciliaCatania195060,5610,42
3ReitanoMessina45952,885,05
4NicosiaEnna470452,2613,04
5RealmonteAgrigento92545,014,59
6IspicaRagusa284041,735,36
7SolarinoSiracusa113338,569,03
8CapizziMessina81135,795,05
9BelpassoCatania192532,6210,42
10Pizza ArmerinaEnna400031,7613,04

I DIECI COMUNI IN CUI IL M.I.S. E’ STATO MENO VOTATO

N.COMUNEPROVINCIAVOTI M.I.S.%  M.I.S.M.I.S.-MEDIA PROVINCIALE
1RiesiCaltanissetta690,072,29
2OliveriMessina10,105,05
3CondròMessina10,165,05
4BompensiereCaltanissetta10,162,29
5LeniMessina10,215,05
6PantelleriaTrapani140,253,21
7BasicòMessina30,315,05
8MilenaCaltanissetta80,372,29
9Acquaviva PlataniCaltanissetta60,372,29
10MarianopoliCaltanissetta80,372,29

Giovanni Pantaleo, un frate garibaldino

L’impresa garibaldina in Sicilia più volte rinviata per l’esigenza di Garibaldi di avere una qualche certezza della sua riuscita, fu preparata con molta accuratezza e vari furono i velleitari tentativi messi in atto in precedenza da vari personaggi, fra cui Rosalino Pilo, soffocati nel sangue. La documentazione storica che attesta come l’arrivo di Garibaldi in Sicilia avvenne in un contesto in cui vari personaggi e realtà locali erano pronti a sorreggere l’impresa è inequivocabile; certo Garibaldi non era del tutto sicuro della vittoria e più volte rischiò la sconfitta. Ma come a volte accade che il destino o eventi imprevisti risultano, pur nella loro limitatezza di risorse aggiuntive non prevedibili, determinanti per il successo o il fallimento di un’impresa, quando ciò non è escluso che sia avvenuto in seguito alla esplicazione della volontà umana. Nel presente articolo vogliamo porre l’attenzione sul ruolo che potrebbe aver avuto nel successo dell’impresa di Garibaldi in Sicilia l’iniziativa di frate Giovanni Pantaleo. Qualche tempo fa mentre mi trovavo a compiere delle ricerche alle Biblioteche Riunite “Civica e A. Ursino Recupero” ebbi modo di conoscere e dialogare con il pronipote di frate Giovanni Pantaleo, il vulcanologo francese Carlo Laj, che aveva rivestito il ruolo di cappellano militare nell’esercito garibaldino ad iniziare dal 1860.

Dopo l’incontro con il prof. Laj ho approfondito la mia ricerca su frate Giovanni Pantaleo ed ho avuto la possibilità di reperire la sua immagine fotografica.
Approfondendo ulteriormente la ricerca su frate Pantaleo presso le Biblioteche Riunite “Civica e A. Ursino Recupero”, ho avuto modo e fortuna di reperire un prezioso manoscritto di Eugenio Varvaro “La Rivoluzione Siciliana del 1860”, in cui erano riportate informazioni riguardanti il ruolo aggregativo avuto da frate Pantaleo a favore dell’esercito garibaldino.

Nel suo manoscritto Eugenio Varvaro alle pagine 5 e 6 parla così di frate Giovanni Pantaleo:
“Fu qui [a Salemi] che Giovanni Pantaleo, nato a Castelvetrano, frate del convento degli Angeli in Salemi, abbandonato il convento: ad esempio dei fiacchi, a prova che nel nome e nelle aspirazioni alla Patria, la fede può sposarsi alla azione e diventare miracolo d’eroismo, con l’abito francescano si presentò a Garibaldi. E fu tale la convinzione addimostrata nelle sue parole dal fraticello, fu tale l’entusiasmo con cui intendeva combattere tra le fila dei liberatori della sua Patria, che Garibaldi, abbracciandolo gli disse: voi sarete il nostro Ugo Bossi. E Giovanni Pantaleo fu per tutti campi garibaldini per la libertà dei popoli, esercitante, sotto la tonaca del frate per cui indossò la camicia rossa e colla croce in pugno e la spada al fianco, con gran prestigio sulle plebi, cooperando così grandemente alla vittoria.”
Riportiamo l’opinione di Eugenio Varvaro e pensiamo anche noi che, probabilmente, il destino abbia condizionato il corso della storia… servendosi di frate Giovanni Pantaleo.

mercoledì 6 gennaio 2021

Il rapporto dei Carabinieri sulla morte di Canepa

Questo il testo del rapporto sulla morte di Antonio Canepa, capo dell’EVIS (Esercito Vololontari Indipendenza Sicilia) , avvenuta il 17 giugno del 1945 nel territorio del comune di Randazzo  a seguito di un conflitto a fuoco con una pattuglia di carabinieri, spedito all’Alto Commissario per la Sicilia, Salvatore Aldisio, dalla Prefettura di Catania, speditogli il 22 giugno 1945, nella parte che descriveva l’evento, redatto ufficialmente dal Comando Gruppo CC.RR. i cui uomini erano stati impegnati nel conflitto a fuoco in cui aveva perso la vita Antonio Canepa.

Essi [ i carabinieri del posto di blocco] rimasero in attesa dell’automezzo e, solo verso le 8 del 17 detto, videro – ad un centinaio di metri – apparire n mezzo, riuscendo subito a distinguere che non trattavasi dell’autofurgoncino aspettato, ma di un motofurgone. Pensarono che, per necessità sopravvenute. Fosse stato utilizzato questo ultimo mezzo ed a giusta distanza intimarono il fermo. Il motocarro rallentò e stava quasi per fermarsi vicino ai militari quando, improvvisamente, accelerò l’andatura. Il carabiniere esplose un colpo di moschetto in aria a scopo di intimidazione ed il motociclo si fermò subito, dopo aver percorso ancora circa 40 metri. I militari i quali lo avevano raggiunto in corsa, gli furono dappresso. Sulla destra rimase il vicebrigadiere Cicciò, che chiedeva al conducente perché non avesse ottemperato all’intimidazione, sulla sinistra il maresciallo maggiore Rizzotto ed a tergo il carabiniere Calabrese il quale, scorgendo nel cassone i moschetti, gridava < mani in alto >. I cinque sconosciuti non si mossero ed uno di essi sorridendo faceva vedere un pugno di biglietti da mille ammiccando nel rivolgersi al vicebrigadiere Cicciò. Nuova intimidazione di < mani in alto > seguiva al gesto dello sconosciuto. Il maresciallo Rizzotto, nella ferma convinzione che le armi contenute nel motomezzo erano quelle segnalate, ordinò ai militari di non sparare, ma non aveva fatto in tempo a dirlo che un colpo, sparato da una delle persone a bordo, che il carabiniere Calabrese vide distintamente armato di pistola tedesca, lo feriva, mentre altri colpi – una decina circa – partivano dal motomezzo: due attingevano il carabiniere Calabrese ed un terzo smussava la punta della scarpa sinistra del vicebrigadiere Cicciò, ove rimaneva incastrato il proiettile. Approfittando del momentaneo smarrimento dei militari, tre degli individui che si trovavano a bordo, balzarono subito a terra, abbandonando le pistole di cui erano armati, per il lancio delle bombe che tenevano in tasca, bombe non adoperate, evidentemente per la breve distanza che li separava dai militari. Riavutisi dalla inattesa per quanto grave sorpresa, per primo il vicebrigadiere Cicciò, rimasto illeso, e subito dopo gli altri due non gravemente feriti, reagivano dopo essersi tirati un po’ indietro. Colsero bene nel segno avendo il vicebrigadiere aggiustata la sua prima cartuccia colpendo il professore Canepa alla coscia sinistra con il conseguente scoppio di una bomba che lo stesso deteneva, evidentemente in tasca. Intanto il motofurgone, targato Enn . 234, fatto segno ad altri colpi si fermava 680 metri avanti il luogo del conflitto, dopo avere investito il muro della abitazione n. 73 di via Marotta di Randazzo. Approfittarono di questo frangente per dileguarsi il conducente e un altro giovane. Sul mezzo abbandonato vennero trovati, gravemente feriti: il professore, della R. Università di Catania, Canepa Antonio di Pietro e di Pecoraro Teresa, nato a Palermo il 25 ottobre 1908, ordinario di economia politica, comandante dei nuclei di formazione clandestina armata del sedicente esercito volontario di indipendenza della Sicilia (EVIS), in possesso di carta di identità falsa intestata a Presti Ermando fu Isacco, nato a Leopoli. Presentava vasta e profonda ferita alla coscia sinistra, prodotta dallo scoppio della bomba e ferita da scheggia in varie parti del corpo; il suo aiutante, studente universitario Rosano Carmelo di Angelo e di Quartarone Giuseppa, nato a Catania il 17 giugno 1923, colpito gravemente da schegge dello stesso ordigno al torace e all’addome. Il primo decedette poco dopo il suo trasporto nell’ospedale di Randazzo, l’altro la sera stessa. A bordo stavano armi, ordigni, munizioni e valori: due moschetti mitra < Berretta >, due pistole mitragliatrici tedesche, una carabina automatica americana, due moschetti mod. 91, tre pistole automatiche, 24 bombe a mano breda, due bombe a mano sipe, sei bombe a mano tedesche, 345 cartucce varie ed altro materiale di equipaggiamento, nonché la somma di L. 305.000. Gli altri due, feriti dai carabinieri appena scesi a terra, vennero subito soccorsi dal vicebrigadiere Cicciò e ricoverati nel nosocomio stesso dopo essere stati disarmati di due bombe ciascuno. Si poté stabilire che uno di essi, deceduto durante il tragitto, risponde al nome di Lo Giudice Giuseppe […] L’altro, l’unico ferito ancora in vita, è certo Romano Armando […].”

domenica 30 agosto 2020

Il Vescovo di Catania al Concilio di Basilea

Nel corso della consultazione dei documenti dell’Archivio Privato Paternò Castello dei Principi di Biscari, presso l’Archivio di Stato di Catania, abbiamo avuto modo di apprendere dell’esistenza di un sigillo plumbeo che il Biscari riteneva essere stato apposto ad un diploma relativo ad una partecipazione al Concilio di Basilea. Da Catania, il 30 maggio 1772, il Principe di Biscari Ignazio Paternò scriveva al Canonico D. Domenico Schiavo una lettera con la quale lo informava di un “acquisto” fatto per il suo museo di antiquaria, costituito da un sigillo di piombo che gli era stato regalato dal M. Rev. P. Francesco Pasquale da Messina, Provinciale dei PP. Riformati di S. Francesco, che lo aveva prelevato dalla sua raccolta che aveva intitolato “Museum Mendicantis”. Così le parole del Principe di Biscari nella lettera indirizzata a Domenico Schiavo:

“[…] questo buon padre […] al rispettabile grado di provinciale, passando per Catania nelli scorsi giorni di questo mese di maggio […] fammi grazioso dono di uno piombo, che certamente autorizzò alcuno diploma del Concilio di Basilea, trovato nel territorio della vicina terra di Belpasso, in uno podere, chiamato del Petraro. […] Il sigillo in piombo pendeva a un laccio di canapa, o di seta, in cui appressa venisse la missione dello Spirito Santo sopra agli adunati Padri dall’ordine delle figure appresse in questo piombo possiamo congetturare, che questo sigillo formato fosse stato nell’anno 1433, in cui l’imperatore Sigismondo volle trovarsi presente a questo già indetto Concilio; come leggesi [ … ]. (1)

La certezza del Principe di Biscari che il sigillo di piombo avesse chiuso una Bolla autorizzativa di partecipazione al Concilio di Basilea, che di solito veniva racchiusa da un laccio di canapa o di seta, derivava dall’iscrizione che era incisa nel medesimo sigillo: “Sacrosancta Generalis Synodus Basileensis”. (2) La descrizione e la funzione della Bolla e del sigillo di piombo ad essa allegato, vengono specificate nelle parole della Costituzione del Concilio di Basilea: “De Bulla Plumbea: item ut gesta in ipsa Synodo durabiliori testimonio roboyentur, flatuit, & ordinat ipsa Synodus, quod de caetero in litteris suis authenticis utatur Bulla plumbea cum cordula canapis, aut serici, prout varietas causarum, & rerum postula bit, in uno missionis Spiritus Sancti in specie Columbaea, in alio vero lateribus horum verbo rum Sacrosancta Generalis Synodus Basiliensis sculpturas continente decernens eisdem plenam, & omnimodam fidem adhibentam fore.” (3) La copia inviata dal Principe di Biscari a Domenico Schiavo viene riprodotta nell’immagine sottostante.

Il Concilio di Basilea, come si rileva nel Dizionario Treccani, venne convocato nel 1431 da papa Eugenio IV e subito da lui sciolto. I cardinali conciliaristi che sostenevano la superiorità del concilio sul pontefice si opposero allo scioglimento dell’adunanza. La lotta si prolungò con alterne vicende che videro lo spostamento del concilio a Ferrara e a Firenze fino al 1439, quando si giunse alla deposizione del pontefice e all’elezione di Amedeo VIII di Savoia (antipapa Felice V). Grazie all’intermediazione di Carlo VII di Francia, si arrivò a una riconciliazione, all’abdicazione di Felice V e al riconoscimento del nuovo papa Niccolò V come pontefice legittimo (1449). La successiva ricerca bibliografica faceva rilevare come lo stesso evento fosse stato oggetto di una pubblicazione da parte di Domenico Privitera nel 1787 (4)

La datazione del sigillo di piombo viene ipotizzata dal principe di Biscari al 1433, utilizzando come fonte certificante il testo di Ottavio Strada “Le Vite degli Imperadori Orientali”, nonché il testo del Muratori “Annali d’Italia”. (5) Nella sua lettera a Domenico Schiavo il Principe di Biscari fa una precisa descrizione dell’immagine impressa nel sigillo di piombo, ipotizzando quali fossero i soggetti che potevano essere stati i destinatari-latori della Bolla a cui era allegato il sigillo. Così le parole del Principe di Biscari: “Mirasi adunque dalla parte destra di questo Piombo una figura dell’Imperador Sigismondo con corta barba, come il citato Strada rappresenta in una Medaglia l’effige di questo Cesare, coronato di gemmato diadema, terminando in una picciola Croce, avendo nella destra lo Scettro Imperiale, a canto al quale due caratteri si ravvisano, che forse il nome dell’Imperadore racchiudono. Sotto a questo una figura si vede, nella quale pel Cardinalizio Cappello deesi credere rappresentarsi il Cardinal Giuliano Cesarino Romano di nazione Diacono Cardinale di S. Angelo creatura di Martino V., che come Legato del Papa Eugenio IV., presedette a questo Concilio, come lasciò scritto Ludovico Antonio Muratori all’anno 1431. Si diede principio in quest’anno al Concilio Generale di Basilea, Presidente del quale fu a nome del Papa Giuliano Cesarino Cardinale di gran credito in questi tempi. Molte altre figure mitrate rappresentano i diversi Vescovi, che dall’uno e dall’altro lato disposti lasciano nel mezzo i luoghi per i Dottori, e Legati de’ Principi, che in fondo del Piombo si osservano. Nel rovescio di esso, che conservatissimo si mantiene, sta espressa la stabilita, ed ordinata leggenda: Sacrosancta Generalis Sinodus Basiliensis; e nell’orlo chiaro il buco si vede, per cui attraversava il laccio di canape, o di seta, per il quale restava pendente il Piombo al Diploma, non potendosi soltanto distinguere di qual delle due materie fosse stato. […].”. (6) Della Bolla, al pari di altre Bolle spedite in Sicilia da Re Alfonso, interessato a sostenere la celebrazione del Concilio di Basilea se ne conosce il contenuto, in particolare quella spedita al Vescovo di Catania Giovanni Pesce, che così recita: “Quatenus Sacratissima Decreta, & Constitutiones ejusdem almae Synodi iuxta in pagina, & literis ejusdem Plumbea Bulla cum cordulis canapis impendenti, ut moris est, bullatis, nostroque Sigillo munitis, hujusmodi ferie Sacrosancta Generalis Synodus Basileensis in Spiritu Sancto congregata&c.”. (7) Il Biscari non possiede gli elementi conoscitivi che gli possono permettere di capire a chi fosse destinata la Bolla di Re Alfonso a cui era allegato il Sigillo di Piombo di cui si parla; tuttavia egli ritiene che il destinatario fosse certamente uno dei diversi eminenti Catanesi che parteciparono al Concilio di Basilea. Un richiamo al luogo di ritrovamento del sigillo di piombo ed alla sua funzione viene fatta anche da D. Domenico Privitera, confermando quanto afferma il Biscari. (8) Il travagliato percorso del Concilio di Basilea può essere considerata, in qualche modo, la testimonianza delle stratificazioni, contrapposizioni ed aggregazioni politico-religiose che tra dalla fine del XIV secolo fino alla seconda metà del XV si correlarono alla destrutturazione ed alla ricomposizione degli equilibri di potere politico-militare europei. Non del tutto utile la sintetica descrizione che viene fatta del Concilio di Basilea dal Dizionario Storico della Treccani, che qui di seguito riportiamo, in quanto non fu Papa Eugenio IV ad indire tale concilio. La Treccani: “Concilio di Basilea convocato nel 1431 da papa Eugenio IV e subito da lui sciolto. I cardinali conciliaristi che sostenevano la superiorità del concilio sul pontefice si opposero allo scioglimento dell’adunanza. La lotta si prolungò con alterne vicende che videro lo spostamento del concilio a Ferrara e a Firenze fino al 1439, quando si giunse alla deposizione del pontefice e all’elezione di Amedeo VIII di Savoia (antipapa Felice V). Grazie all’intermediazione di Carlo VII di Francia, si arrivò a una riconciliazione, all’abdicazione di Felice V e al riconoscimento del nuovo papa Niccolò V come pontefice legittimo (1449).”  Sulle vicende antecedenti e coeve alla convocazione del Concilio di Basilea la fonte attendibile può essere considerato il testo di Monsignor Marco Battaglini, vescovo di Nocera, edito a Venezia nel 1704. Dalla lettura di tale testo apprendiamo come la sospensione del Concilio di Siena nel febbraio del 1424 per decisione di Papa Martino a seguito di alcune limitazioni imposte, secondo una certa versione ufficiale, ai movimenti dei partecipanti a tale Concilio dalla Città di Siena, indussero il Papa a dichiarare che erano venute meno le condizioni che potevano garantire la libera discussione in tale Concilio; conseguentemente nel febbraio del 1424 Papa Martino sciolse i Concilio di Siena  riconvocandolo, contestualmente, a distanza di sette anni nella Città di Basilea. Lo scisma religioso che da quarant’anni divideva la Chiesa stimolò, nello stesso periodo, la fazione dell’antipapa Clemente Ottavo ad indire un Concilio nella città di Tortosa nell’anno 1429. All’apertura del Concilio di Basilea, nel 1431, le condizioni di salute di Papa Martino non gli permisero di essere presente; cosa per cui incaricò e delegò il Legato Apostolico, Cardinal Cesarini, ad aprire e celebrare tale concilio. Dopo venti giorni dall’apertura del Concilio di Basilea Papa Martino morì dopo tredici anni di Papato. Il suo successore, il Cardinale Veneziano Gabriello, nipote di Papa Gregorio XII ed eletto con titolo di Eugenio IV, riconfermò la delega papale al Cardinale Cesarini ordinandogli di riunire il più presto possibile il Concilio di Basilea. Gli impegni di Stato che in quel momento gravavano sul Cardinale Cesarini non gli permisero di occuparsi personalmente e con la celerità richiesta dal Papa dell’avvio delle attività del Concilio di Basilea; pertanto incaricò l’Arcidiacono di Barcellona, Giovanni di Polimar, ed il Procuratore Generale dei Domenicani, Frà Giovanni di Ragusa, di provvedere agli atti necessari. Il Concilio, altresì detto Sinodo Generale di Basilea, venne così aperto il 19 luglio 1434, ma ben presto le iniziative del Cardinale Cesarini di convocare gli eretici a tale Concilio, senza l’assenso di Papa Eugenio IV determinarono il Papa a sciogliere il Concilio, cosa che avvenne il diciotto dicembre 1434, tramite un Pubblico Editto Papale, convocando, contestualmente, un altro Concilio nella città di Bologna. ( 9 )  Sulle dinamiche e sulle vicende che portarono il Sigillo di piombo nelle mani di P. Francesco Pasquale da Messina, il Biscari ipotizza che esso fosse stato asportato a causa di uno dei frequenti furti che avvenivano nei conventi monasteri e così conclude: “Se interi Codici dunque furono da questo Monastero [ dei Benedettini ] alienati, qual meraviglia può nascere, che la stessa sorte abbian corso le Pergamene, e molto più i loro Piombi, de’ quali non facevasi in quei tempi la convenevole stima ?”. (10)  Dopo il riscontro reso possibile dalle carte trovate presso l’Archivio di Stato di Catania, abbiamo voluto esaminare il contenuto dei Regesti dei Diplomi della Real Cancelleria, riferiti a Catania, presso l’Archivio Storico del Comune di Catania; tale ricerca ci ha permesso di reperire il Regesto di un Diploma riferito alla partecipazione di delegati catanesi al Concilio di Basilea, il cui testo originale si trova presso l’Archivio di Stato di Palermo. Si è quindi proceduto a richiedere, per motivi di studio la copia digitale del Diploma di cui trattasi all’Archivio di Stato di Palermo che, cortesemente lo ha inviato, ne ha autorizzato la pubblicazione e che noi riportiamo nell’immagine che segue.

Il luogo in cui venne ritrovato il sigillo plumbeo viene indicato con il nome “Petraro”, sito in territorio di Belpasso che il Biscari ritiene essere il luogo in cui sorgeva Hybla:

“Allontanandosi due in tre miglia da Paternò, entrerà il viaggiatore nel territorio di Belpasso, grossa popolazione appartenente al Principato di Paternò. Quivi in un territorio, chiamato il Petraro, troverà un poggio non picciolo, circondato di forti muraglie, e fortificato con torri. Sulla sommità di esso vedrà le rovine di un edifizio quadrolungo, che mostra aver sostenuto alcune volte; e vicino a quello le rovine, che sembrano di alcun tempio. Tanti monumenti che il viaggiatore ha osservato, così tra loro vicini lo faranno confermare nella idea, che qui fosse stata una città di gran nome, e si accorderà facilmente coi molti autori, i quali vogliono, che nelle vicinanze del presente Paternò fosse stata la mitica Ibla, contraddistinta dall’altre col nome di Maggiore.” (11)

BIBLIOGRAFIA

  1. Archivio di Stato Catania – Archivio Privato Paternò Castello dei Principi di Biscari [1094/P] [1041/*] – Appunti manoscritti e copia di lettere di Ignazio Paternò Castello su vari monumenti – carta n. 324:
  2. Lettera di Ignazio Paternò Principe di Biscari al signor Canonico D. Domenico Schiavo sopra un piombo del Concilio di Basilea – in Opusc. Sic., t. XIV – in Opuscoli di Autori Siciliani – tomo quartodecimo – alla grandezza di Giovanni Ventimiglia – in Palermo MDCCLXXIII – pp. 212-213.
  3. Lettera di Ignazio Paterno, cit. 213.
  4. Ignazio Paternò Castello II, di questo nome, e V. Principe di Biscari nacque da Vincenzo Paternò, ed Anna Scammacca l’anno 1719, in Catania […] – da Privitera Domenico – Elogio d’Ignazio Paternò Castello Principe di Biscari – Catania 1787, p. 16.
  5. Lettera di Ignazio Paternò, cit. pp. 214-215.
  6. Lettera di Ignazio Paternò, cit. pp. 215-216.
  7. Lettera di Ignazio Paternò, cit. p. 217.
  8. Domenico Privitera – Elogio d’Ignazio Paternò Castello Principe di Biscari – Catania MDCCLXXXVII – pp. 65-66.
  9. Marco Battaglini – Istoria Universale di tutti i Concilii Generali e Particolari celebrati nella chiesa – Presso Andrea Poletti Editore – Venezia 1704.
  10. Lettera di Ignazio Paternò, cit. p. 224.
  11. Ignazio Paternò Principe di Biscari – Viaggio per tutte le antichità della Sicilia – Napoli 1781 – 60-61.

venerdì 21 agosto 2020

Un misterioso tunnel segreto sotto piazza Duomo

Nel mentre stavo conducendo una ricerca volta ad individuare l’esistenza di antichi monumenti e la topografia del sito delimitato dall’odierna Piazza Duomo e da Piazza Università a Catania, mi imbattevo in alcuni documenti ed in una mappa, depositati presso l’Archivio di Stato di Catania, che descrivevano un corridoio sotterraneo di cui non si aveva notizia, in parte collocato nel sottosuolo tra l’odierno Palazzo Degli Elefanti e Palazzo Dei Chierici in piazza Duomo, che collegava in passato i due siti. La mappa relativa a questo corridoio sotterraneo, unitamente alla didascalia descrittiva dei singoli punti e ad altre indicazione connesse alle motivazioni per cui fu redatta tale mappa, vengo di seguito riprodotte e riportate. (1)

Rilevata l’esistenza dei documenti sopra riportati che certificavano in modo inoppugnabile l’esistenza di questo percorso sotterraneo, prima descritto, procedevo ad ampliare e circoscrivere una ulteriore ricerca mirante a reperire documenti, note storiche o scritti che testimoniassero eventuali notizie o testimonianze di tale percorso sotterraneo. Per avere una prima visione d’insieme delle possibili fonti ove ricercare notizie fornite dagli storici e studiosi dei secoli precedenti al XIX, abbiamo inizialmente consultato il testo di Guido Libertini “ L’indagine archeologica a Catania nel secolo XVI e l’opera di Lorenzo Bolano”, pubblicata in ASSO 1921, edito nel 1922. Dalla lettura di tale testo non sono emerse notizie specifiche, relative alle notizie pubblicate in quel secolo, che fossero direttamente collegabili al sottosuolo dell’odierna Piazza Duomo di Catania; un’indicazione generica è riferita agli studi dell’Arezzo.

Seguendo una sequenzialità cronologica delle notizie trovate nel corso di tale ricerca, abbiamo trovato una prima notizia che ci proviene da un testo di Vincenzo Bondice, che scrive nel 1860, riportiamo:  “ Ebbe altresì Catania innalzato un tempio alla dea Proserpina  Luna. Era l’anno 1772 e scavavansi le fondamenta del Senatorio Palagio [ di Catania], quando per quel sito, che tramontana guarda, gli avanzi di un tempio si scoprivano e numerose colonne di marmo colle basi e moltissime pietre intagliate. Di faccia al portico dell’anzidetto Palagio a settentrione circa 30 palmi siciliane distanti, si scopersero di più alcuni sotterranei viali capaci a comunicarvi comodamente un uomo; che questi viali siano stati acquedotti, si scorgea dalla disposizione delle fabbriche che givano a terminare senza che terminassero i viali. Pare dunque indubitato, che questo luogo sia stato di quei penetrali, destinati agli oracoli, che comunicavansi dai sacerdoti Gentili ai popoli, per ministero di un foro, che avevano le statue degli dei dalla parte deretata sino al labbro di esse simili a quelle, che osservai l’anno 1842 negli antichi templi della elegantissima città di Pompei. Volevasi dal principe di Biscari che se ne fosse continuato lo scavo, ma fu impedito dal proseguimento della grandiosa fabbrica del sunnomato Senatorio Palagio. Il Bolano, l’Arcangelo, Carrera, ed Amico portavano opinione che in questo luogo fosse il tempio o Foro della Luna, o Proserpina per cui sin l’età dei medesimi questa piazza, o Piano della Luna è chiamato. – Noi diciamo Piano del Lunedì o di Luni poiché ogni giorno di lunedì hassi in questa piazza un abbondante mercato. (2) Dalle notizie forniteci dal Bondice dovremmo, quindi, concludere che il percorso sotterraneo descritto nei documenti trovati all’Archivio di Stato di Catania iniziasse dal sottosuolo di quello che un temo fu il tempio dedicato alla dea Proserpina.

Altri elementi descrittivi dell’odierna Piazza Duomo e dei monumenti che un tempo vi esistevano, che ci aiutano a capire la topografia complessiva del sito, possiamo trarli da un testo di Giovanni Florio Castelli, che scrive nel 1866, riportiamo: “Le Terme nominate Achillee formavano la magnificenza in Catania ai tempi dei Romani. Vasto era l’edificio ed ammirabile. Rovinate le camere, distrutti i muri, spezzate le iscrizioni le colonne, ed altri ornamenti furono per molti secoli abbandonati (22). Si eresse la gran chiesa della Vergine e Protomartire catanese S. Agata per opera del Conte Ruggeri nell’anno 1091 su di alcune rovine delle Terme Achillee, e non ostante la distruzione, e le fabbriche della chiesa sotto la stessa esistono ancora diverse camere nelle quali si scende dal cimitero. Il Seminario dei Chierici pure fu eretto su altre rovine delle Terme, e così il gran palazzo della Loggia, oggi Casa Comunale della quale si è fatto cenno, parlando del Tempio della Dea Luna, nelle note. [ … ] Era l’anno 1772 e scavavansi le fondamenta del Senatorio Palagio, quando per quel sito, che tramontana guarda, gli avanzi di un tempio si scoprivano e numerose colonne di marmo colle basi e moltissime pietre intagliate. Di faccia al portico dell’anzidetto palagio a settentrione cira 30 palmi siciliane distante, si scopersero di più alcuni sotterranei viali capaci a comunicarvi tranquillamente un uomo; che questi viali siano stati acquedotti, si scorgea dalla disposizione delle fabbriche che givano a terminare senza che terminassero i viali. Pare dunque indubitato, che questo luogo sia stato di quei penetrali, destinati agli oracoli, che comunicavansi dai sacerdoti Gentili ai popoli, per ministero di un foro, che aveano le statue degli dei dalla parte deretata fino al labbro di esse simili a quelle, che osservai l’anno 1842 negli antichi templi della elegantissima città di Pompei. [ … ]”. (3)

Anche Guglielmo Policastro ci fornisce altri elementi conoscitivi del sito di Piazza Duomo a Catania: “La Santa [Sant’Agata] usciva dalla porta maggiore della cattedrale: posta sul fercolo, si partiva dalla grande piazza – Platea magna – e per la via sacra ( aperta nel 1622, con la demolizione di un’antichissima muraglia tra il palazzo Senatorio, allora di fronte alla Cattedrale, e quello vescovile, attaccato al Duomo e che si distendeva sino alla metà dell’ex Seminari  dei Chierici) entrava per la Porta dei Canali e di Carlo V, situata sotto il balovardo di S. Agata[…].”.(4)

Ed ancora da un manoscritto di Girolamo Pistorio ricaviamo notizie riferite ad alcuni condotti sotterranei esistenti a Piazza Duomo a Catania: “ Rispetto al Portico di esso nuovo Senatorio Palazzo a settentrione non più di quattro canne lontane si scopreano alcuni sotterranei viali, capaci a camminarvi comodamente un uomo – che non erano per acque si vedea dalla disposizione delle fabbriche, che givano a terminare – io avrei battezzato questo luogo per uno di quegli antri designati agli oracoli, de’ quali tratta il celebre Candela. Sia come si voglia, che Proserpina, da altri Luna chiamata siasi venerata da Catanesi Gentili si a dalle medaglie istesse di Catania – Ma chi saria curioso d’osservare esattamente questa rimasuglia di antichità, bisognerebbe, che faccia riscavare il terreno riempito di terra.”. (5)

L’area di piazza Duomo a Catania è stata interessata dall’indagine archeologica realizzata tra il 1975 ed il 1978 dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Catania, guidata dal Prof. Giovanni Rizza, con articoli del Prof. Filippo Giudice e dell’Architetto Francesco Tomasello, che furono pubblicati nel n. 18 del 1979 di “Cronache di Archeologia”. In particolare Francesco Tomasello nel suo articolo “Catania, Piazza Duomo. Contributo per la restituzione dell’impianto urbano della città settecentesca”, pubblica la mappa planimetrica sotto riportata in cui sembrerebbe chiaramente evidenziato il tratto finale del sotterraneo che collegava il sito dell’odierno Palazzo Degli Elefanti con il sito dell’odierno Palazzo Dei Chierici, in prossimità di quest’ultimo. (6) L’indagine archeologica venne avviata in seguito all’affioramento dei resti di imponenti strutture murarie, emerse a seguito degli scavi effettuati a piazza Duomo per realizzare il completamento della rete fognante, realizzando il collegamento con i collettori fognari provenienti da Porta Uzeda, via Vittorio Emanuele e via Etnea. L’indagine archeologica non poté, però, proseguire autonomamente, dovendo espletarsi nell’ambito degli scavi effettuati per completare la rete fognaria, come testimoniato dal Prof. Giovanni Rizza:  Purtroppo le difficili condizioni del terreno non permisero un adeguato ampliamento dell’indagine, che forse avrebbe potuto dare qualche preziosa indicazione sui sottostanti livelli di età romana, e su eventuali strutture da mettere in rapporto con gli impianti termali che si conservano sotto la cattedrale. Fino circa a tre metri di profondità lo scavo infatti incontrò ancora strati di età medioevale [ … ]”. (7)

BIBLIOGRAFIA

  1. Archivio di Stato Catania – Tribunale Civile Catania – Planimetrie, Piante Topografiche allegate alle perizie 1820-1889 – Busta n. 20 – fasc. n. 4 – p. 19 – Pianta Topografica ad acquerello del sotterraneo tra il Seminario dei Chierici ed il Comune di Catania ( Platania Musumeci Corsaro Giovanni – Nicotra Gaspare ) anno 1837.
  2. Vincenzo Bondice – Gli antichi monumenti di Catania – Estratto dal giornale “ Il mondo del culto” 1859 e 1860 – Palermo 1860 – pp. 14-15.
  3. Giovanni Florio Castelli – Memorie storiche intorno la distruzione dei vetusti monumenti di Catania – Stabilimenti tipografico Caronda – Catania 1866 – pp. 21-22 .
  4. Guglielmo Policastro – Catania prima del 1693 – S.E.Internazionale – Catania 1952 –p. 12.
  5. Girolamo Pistorio – Manoscrito presso la Biblioteca Ursino Recupero di Catania – p. 2.
  6. Francesco Tomasello – Catania, Piazza Duomo. Contributo per la restituzione dell’impianto urbano della città settecentesca – in Cronache di Archeologia, n. 18, 1979, p. 121.
  7. Giovanni Rizza – Catania. Scavi e scoperte negli anni 1975-1978 – in Cronache di Archeologia – n. 18, 1979, p.104.

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